Dimagrire non basta
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Capitolo 1

Il giusto mindset

3 min

Iniziamo da una signora che io ammiro molto, si chiama Carol Dweck. È docente di psicologia sociale e dello sviluppo alla Stanford University, è del ’46 ed è molto attiva nella ricerca anche in collaborazione con altre università. È conosciuta per il suo concetto di mindset (it. atteggiamento) e di flessibilità.

Non ha inventato nulla Carol, lo ha solo studiato, provato e messo nero su bianco. Nel suo libro Mindset, La nuova psicologia del successo, ha notato che se cresciamo con la paura del fallimento il nostro atteggiamento verso la crescita si paralizza. Letteralmente. Davanti alla costatazione dei propri errori, il cervello di quelle persone che a suo dire adottano un fixed mindset, è letteralmente inattivo. Scappano, fuggono, negano.

Lei distingue due tipi di atteggiamento: il growh mindset e il fixed mindset (rispettivamente in italiano, atteggiamento di crescita e atteggiamento fisso). Con la sua squadra ha analizzato l’elaborazione cerebrale di persone che osservavano un proprio errore commesso. Constatarono che le persone che adottavano un atteggiamento fisso non mostravano alcuna attività cerebrale mentre osservavano i propri fallimenti. L’attività del loro cervello sembrava come negare i fatti. È chiaro che non si può imparare da fatti che si rifiutano, non si cresce né si impara. Le persone osservate che avevano un atteggiamento aperto, di crescita e flessibile dimostravano, invece, un’intensa attività cerebrale guardando agli errori. Il loro cervello mostrava elaborazione, processava l’errore e imparava da esso.

Affascinante, vero? Ma tu mi dirai:

«Ok, Debora, e se io in questo obiettivo specifico di dimagrimento avessi dimostrato di avere un fixed mindset? Perché sono stanco, sono disilluso e ho fallito tante volte? Come faccio a cambiare e a imparare ad avere un growth mindset?»

In tal caso, io ti risponderei che si può cambiare atteggiamento verso i propri problemi e che Carol Dweck stessa suggerisce diverse strategie, qui ne anticipo un paio:

1. Complimentati con te stessa/o per i micro successi quotidiani… che avrai precedentemente fissato. Ad esempio, scegli specificamente (e non vagamente, poi lo vedremo) di mangiare due tipi di verdure ai due pasti principali oggi, in particolare sai, per esempio, di avere in casa (o disponibili in mensa o al bar) zucchine e insalata mista. Ottimo. È un micro obiettivo? Sì. È fattibile? Sì. È specifico? Sì. Dopo aver eseguito questo micro obiettivo, complimentati con te stesso: non perché tu sia bravo, intelligente, un genio… Lascia stare le lodi per le qualità. Complimentati con te stesso per il piccolo passo nel processo: «Ho scelto zucchine e insalata e ho mangiato zucchine e insalata. Ho scelto e ho proseguito nel mio intento.» Non complimentarti per chissà quale speciale qualità astratta; complimentati per lo sforzo, per la pianificazione e attuazione, per il processo insomma.

2. Considera i fallimenti un bonus di crescita. Per due motivi: il primo perché, ad ogni errore che processi per imparare qualcosa da esso, il tuo cervello genera sinapsi problem solver. Se guardi ai problemi con mente aperta (con quell’atteggiamento growth mindset di cui parla Carol Dweck) il cervello è attivo e le osservazioni cerebrali lo dimostrano. In pratica, gli errori ci rendono più forti e brillanti. Il cervello li osserva per imparare.

Questo stesso ragionamento fu osservato dal team di Carol Dweck quando insegnò a studenti di varie scuole disagiate ad Harlem, nel Bronx e nei quartieri latini di Seattle come imparare dai propri problemi: ebbene da quasi ultimi in classifica gli studenti di Harlem migliorarono le performance in tutto lo Stato, quelli del Bronk furono i primi nella circoscrizione e i bambini figli di latini a Seattle riuscirono i test di matematica meglio dei figli di chi proveniva dalla fascia altoborghese, alla quale appartengono anche tanti dipendenti della Microsoft.

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