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Capitolo 23

Due bisogni sociali fondamentali

5 min

Asseconda questi due bisogni sociali e ti verrà naturale intenderti praticamente con tutti. I must da rispettare con le persone sono:

  1. Distingui la loro identità dai comportamenti, rispetta la persona e distanziati da un comportamento se lo ritieni sbagliato;
  2. Distingui l’intento di un comportamento sbagliato dall’azione in sé, se una persona cara ti sta troppo addosso, critica e commenta sempre, forse lo fa perché crede di dimostrarti il suo interesse e pensa di poter dare una mano;
  3. Soddisfa i due bisogni sociali dell’appartenenza e dell’importanza.

Il senso di appartenenza lo abbiamo provato tutti nella vita, presto o tardi. Apparteniamo alla famiglia di origine, a quella acquisita, a una coppia, a un giro di amici. Apparteniamo a un gruppo di lavoro perché abbiamo uno scopo comune. Apparteniamo a una comunità, a una cultura e difendiamo il nostro ambiente. Apparteniamo a uno scambio tra persone che – seppur diverse – si aprono e vogliono conoscersi. Apparteniamo all’affetto tra famigliari e con il nostro animale di compagnia. Il senso di appartenenza si sente tra compagni in classe, nel proprio villaggio, comunità religiosa e anche – terribilmente – setta o gruppo estremista.

Il senso di appartenenza è il principale veicolo di senso nella nostra vita, ci dicono gli psicologi, e soddisfa due bisogni: quello della dedizione reciproca, del sentire amore e poter dare amore. Oggi sappiamo che bambini a cui viene levato l’affetto e anche il semplice contatto, si staccano dalla realtà e a volte muoiono, letteralmente. In un famosissimo studio pubblicato da René Spitz nel 1945 emerse che su 80 bambini in un orfanotrofio, tutti sotto i tre anni, e dove il contatto fisico e l’affetto erano negati loro, ne morirono 23 in pochi mesi di ricerca. Al contrario, in un asilo carcerario, che versava in condizioni igieniche nettamente peggiori, tutti erano insieme (l’affetto delle mamme prigioniere non era negato, anzi, favorito), i bambini andavano nelle culle degli altri e i giochi erano per tutti, nessuno dei bambini morì. Spitz provò che non era la mancanza di igiene a far soffrire e ammalare i bambini negli orfanotrofi negli anni ’30, piuttosto la mancanza di affetto e appartenenza. La solitudine cronica ammala, oggi lo sappiamo. Anche appartenere a un gruppo di persone che condivide la stessa passione aiuta, rafforza lo spirito e la salute.

E poi, esiste anche un senso di appartenenza più “veloce” – diciamo – che Jane Dutton dell’Università del Michigan battezzò “contatti di alta qualità” e che valgono quanto il senso di appartenenza, fanno bene al nostro sistema nervoso e ci mantengono vivi. I “contatti di alta qualità” sono quei contatti che abbiamo regolarmente al bar quando andiamo a farci un cappuccio prima di iniziare la giornata, salutiamo l’amica dietro il bancone e scambiamo due commenti su qualsiasi cosa. Questi brevi contatti sembrano fugaci ma la loro costanza nella nostra vita li trasforma in routine, anzi in rituale, e i rituali hanno la forza dell’emozione. Scambiare due parole con la vicina che annaffia i fiori è piacevole, strapparle segreti di botanica mentre fa belle le sue piante è simpatico, tanto quanto scambiare due parole con il panettiere o il postino.

Sentirsi parte di qualcosa oltre noi ci fa sentire più grandi. C’è di più nell’appartenere a un affetto, c’è la dinamica che lo psicologo e psichiatra Alfred Adler definiva “belonging & significance”, appartenenza e apporto distintivo. Ecco cosa scrivo nel mio libro Nei suoi panni – Manuale di empatia a tal proposito:

«Immagina tua madre, o suocera, o amica anziana, da cui vai a pranzo. Si è svegliata alle 6 di mattina, ha preparato gli gnocchi con le patate. Le aveva precedentemente scelte, sufficientemente friabili. Le ha bollite, si è scottata le dita, le ha impastate, ha lasciato riposare l’impasto e poi, ha modellato dei listarelli, tagliati in cubettini di impasto fino a – uno per uno – arricciarli sapientemente tra le dita, come sua madre le aveva insegnato anni prima.

Ora immagina questi due scenari:

  • Scenario a – arrivate tardi, dopo mezzogiorno, la vostra scusa è che ne avete approfittato per fare un salto al centro commerciale e che non volevate disturbare la cuoca in azione. Infilate le gambe sotto il tavolo, chiacchierando tra voi e coinvolgendola molto poco nelle vostre conversazioni impegnate. O, peggio, lo fate solo per rimarcare il fatto che lei è “out” perché non sa usare Whatsapp. Poco importa che con le sue dita magiche abbia creato così tanti gnocchi da saziare tutti voi e i vostri palati. Poco importa che ha cucinato e apparecchiato e servito tutti a tavola…
  • Scenario b – arrivate per le 11 così da dare una mano per apparecchiare, ripulire la cucina dopo la creazione degli gnocchi e vederli stesi sul telo che riposano prima di essere bolliti. Discutete con la nonna e le fate domande su come ha scelto il tipo di patata, come fa a farli così saporiti ma allo stesso tempo delicati. Preparate insieme la tavola, i bambini rubano qualche gnocco crudo dal tavolo, la nonna li sgrida simpaticamente e tutti voi ridete.

Quale dei due scenari farà sentire la nonna SIA parte del nucleo famigliare SIA considerata da esso? Lo so la risposta è retorica e banale, valeva la pena mostrare scenari differenti per rendersene bene conto. Uso spesso nei corsi dal vivo o online questi scenari per dimostrare, in modo chiaro e concreto, quanto l’emozione dipenda anche da piccole ma fondamentali banalità del quotidiano.

Quando ti relazioni con persone care pensa sempre che loro, come te, vogliono sentirsi importanti, per te, per il gruppo, e farsi riconoscere il proprio apporto distintivo.

Questa dinamica appare anche in gruppi sociali occasionali. Ad esempio, ti ritrovi a fare un aperitivo con vecchi compagni di classe: a tutti farà piacere raccontare la propria vita e aneddoti divertenti, e a ciascuno piacerà essere ascoltato e accolto nel proprio contributo alla serata.»

Tieni a mente questo esempio e questa dinamica (insieme alle prime due, cioè distinzione tra persona e comportamento e distinzione tra intento e azione), mettiamo tutto in pratica con la linguistica nel prossimo capitolo. Ricordi che ti parlai del fil rouge delle 4 intelligenze? Eccole approdate, ben amalgamate insieme, nelle relazioni. Ti propongo un paniere di strumenti relazionali per allenarci a migliorare i nostri rapporti umani nel prossimo capitolo.

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