Essere Coach
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Capitolo 23

Come strutturare un percorso di coaching

8 min

Sessioni individuali o un percorso? Quanto dura? Con che intervallo di tempi tra gli incontri? Cosa fare tra un incontro e l’altro? Come scegliere o rifiutare un cliente?

Ecco le domande fondamentali a cui ogni coach vuole ottenere rispondere per trasformare la propria passione in un lavoro soddisfacente e profittevole.

Ti racconto come faccio io in questo periodo, in passato ho provato altre formule e forse un domani ne proverò altre, per ora ciò che vado a presentarti è la miglior combinazione che sperimento.

  1. Su un sito vetrina e un semplice canale Social che preferisci spieghi la tua offerta di servizio, quali sono le tematiche da te preferite e per cui ti senti capace e in grado di dare una mano.
  2. Devi avere una liberatoria da far accettare o firmare (puoi farlo dal sito o con un allegato per email). Concorderai un patto di coaching con il coachee e rispetterai un processo di coaching: tutte indicazioni "pratiche" ma essenziali nelle routine di noi coach professionisti.
  3. Ti consiglio di essere chiara/o il più possibile su modalità, tematiche e prezzi per evitare i “perditempo” e ricevere solo richieste di informazioni veramente interessate. Io ricevo email, tu puoi anche lasciare il tuo numero di cellulare per messaggi o in Direct Mail (DM) sul social di tuo utilizzo.
  4. Ti consiglio vivamente di sentirti prima con la persona per un colloquio informativo e senza impegno, per svariati motivi: a. sicuramente la persona avrà delle domande perché, benché tu credi di coprire ogni dubbio nella presentazione, la persona vorrà sentirlo dalla tua voce o avrà ulteriori domande che tu non puoi prevedere, b. tu vuoi accertarti che la persona sia emotivamente e mentalmente stabile per poter iniziare a lavorare con te, è importante sapere che il tuo intervento sia indicato per ciò che la persona ti porta a conoscenza.
  5. Tieniti delle domande pronte per il primo colloquio. Di solito le mie sono qualcosa come: perché mi contatti? Perché io? Cioè, cosa ti porta qui da me? Qual è il tuo obiettivo in generale? Cosa hai già fatto che ha funzionato e cosa hai fatto che non ha funzionato? È importante per noi sapere perché contattano noi e non un collega, è anche importante sapere come esprimono il proprio obiettivo, ascoltarli parlare e “leggere” tra le righe le loro strategie funzionali o non (per esempio, per locus of control esterno, rabbia, dispersione, giustificazioni o lucidità). Infine, vogliamo sapere cosa hanno provato e che ha funzionato per riproporre lavori mentali simili o sapere perché certi altri non hanno funzionato e semmai indagare.
  6. Dopodiché, diciamo che la persona ha deciso di iniziare il percorso con noi, a questo punto ci si darà appuntamento di persona in studio o a distanza online (io uso Zoom). E da lì inizia il percorso di coaching.

Percorso o singole sessioni?

Anni fa io stessa incontravo per singole sessioni rinnovabili di volta in volta. Tuttavia, per continuità, tempi del cambiamento, perché un processo di coaching abbia un senso, io oggi (dopo centinaia di incontri di coaching) consiglio sicuramente di proporre percorsi strutturati. Della durata che tu ritieni utile per le tematiche che tratti, rinnovabili naturalmente e che permettano a loro di entrarci man mano e a te di fare bene il tuo lavoro.

La questione non è “ne avrà bisogno o no?”. Per un percorso di cambiamento di abitudini o di ampliamento di prospettive o tematiche di coaching, certo che il cliente può trarre benefici (al plurare) da un percorso di coaching con te.

Se il coachee, in questo momento della sua vita, ha la possibilità economica, il tempo, la voglia di impegnarsi in un percorso che richiederà attenzione mentale da parte sua, allora è importante che si impegni anche sottoscrivendo un percorso e non vivendola “a spizzichi e bocconi” per singole sessioni.

«E dopo la fine di un percorso?»

Se possono economicamente E se hanno altre tematiche o salti di crescita per cui vogliono essere assistiti da te, molto probabilmente rinnoveranno. Ricordiamoci sempre che, se siamo utili e loro possono e vogliono, permettiamo loro di rinnovare. Vederci per vedersi non è lo scopo del coaching. Non siamo amici, siamo strumenti al servizio della loro crescita personale o professionale.

Durata e mezzi

Se guardi ai coach internazionali propongo di seguire i propri coachee anche per un anno intero, in percorsi misti, tra distanza e dal vivo. Alcuni propongono anche escursioni insieme al coachee per consolidare sfide o la gestione della propria zona di comfort. Dipende dal tipo di coaching che offri. Uno sport coach ad alti livelli segue anche il proprio cliente in trasferta. Un executive coach potrebbe proporre esperienze sfidanti al proprio cliente per creare un parallelo tra il fare e il crescere mentalmente ed emotivamente. Un team coach potrebbe proporre momenti misti tra apprendimento, divertimento, bonding e coaching.

Per le mie tematiche, tipicamente di cambio di abitudini o comunicazione efficace, ecco cosa offro io e come lo offro: percorsi di circa sei mesi da passare insieme suddivisi tra 5 ore insieme online e email tra un incontro online e l’altro. Ciò significa che, in base al tema e obiettivo, il primo incontro (oltre il colloquio telefonico pre-iscrizione) sarà sicuramente di un’ora insieme. Questo primo incontro serve a me per capire, la fase dell’Osservazione prende il suo spazio ma poi propongo già Modificazioni (sempre sotto forma di domande) e poi Installiamo le proposte di cambiamento accettate dal coachee e ci salutiamo.

Al termine del primo incontro e entro le 24 ore che seguono, invio via email un resoconto dettagliato di tutte le risorse e strumenti di coaching che abbiamo individuato insieme e che il coachee dovrà allenare mentalmente. Ciò presuppone che durante l’incontro mi segno per parole chiave ciò che è importante ricordare e condividere nel percorso con il cliente. Di solito si tratta di un’email piuttosto lunga alla quale – soprattutto all’inizio – chiedo di rispondere entro tre o, al massimo, cinque giorni.

È fondamentale per me, soprattutto all’inizio, mantenere il contatto serrato con il cliente per sapere se ciò che io do per scontato sia chiaro per lui o lei che si avvicina per la prima volta, forse, a un percorso di crescita.

In caso il cliente preferisca usare Whatsapp, mi adeguo, sempre nel rispetto dei miei tempi e della mia pace emotiva. Non mi è mai capitato che un coachee mi scrivesse a orari assurdi o richiedendo interventi “urgenti” da parte mia su sue problematiche emotive o relazionali. Mi è invece capitata una signora che mi chiese se, per sua comodità, potesse usare il cellulare con Whatsapp al posto delle email. Lo concedetti volentieri per agevolarla a restare focalizzata sul percorso, ma presto la signora scivolò in una delle sue modalità: concentrarsi su ciò che era fuori dal suo controllo (ricordi Covey e la sfera di controllo?) e prese a condividere via messaggio con me le sue lamentele su ciò che secondo lei non andava e che richiedeva la sua (e la mia) attenzione. Intendiamoci, lamentarsi, come per molte persone, è una modalità di sfogo emotivo e di ricerca di un rinnovato equilibrio dopo lo sfogo. Non con il coach e non in quel modo. Il coach ha necessità di capire le modalità di reazione, sfogo e riequilibrio emotivo del proprio coachee. Capito questo, fa seguire un lavoro di consapevolezza e di cambiamento. Lamentele buttate lì, in fretta, in messaggi di sfogo non servono al percorso di crescita e non fanno bene alla nostra emotività di coach. È stato facile per me far capire alla signora che il modo era scorretto benché il suo intento non lo fosse. Non mi inviò mai più messaggi di lamentela fine a sé stessa, anzi poi ci tenne a inviarmi progressi anche via Whatsapp e sue rivisitazioni di difficoltà emotive ben affrontate.

Intento e modi

Sempre, è sempre importante far SENTIRE al coachee durante tutto il percorso che noi accettiamo sempre i loro intenti di riequilibrio emotivo: fosse anche una difesa mal espressa, demotivazione, delega ad altri, lamentele, stallo… Sempre. Su cosa vogliamo lavorare noi è il COME: come aiutare loro a ottenere ciò che vogliono nel modo più utile per loro, a breve e lungo termine.

L’altro giorno ero in coaching con una signora che vuole abbandonare un automatismo con i cioccolatini. Sempre più di rado le capita di abusarne. È in forma, è in gamba, è una manager sveglia, ha questa cosa che si trascina e che stiamo risolvendo da più facciate. Bon, dopo un paio di mesi di tranquillo tran tran nella ripresa del giusto rapporto con il cibo e il corpo, è accaduto: 15 cioccolatini spariti in pochi minuti. Proseguiamo…

Come accogliere una scivolata

Quando me lo ha raccontato naturalmente non ho espresso disapprovazione o disappunto. In primis perché non spetta certo a me, né è il mio ruolo, né avrebbe giovato farla sentire sbagliata. Alleno da anni uno sguardo incoraggiante verso la persona e fermo nei confronti di comportamenti non utili. Anche in questo caso accolsi il suo racconto senza alcun giudizio. Mi viene piuttosto facile ormai da anni, proprio perché spontaneamente scindo gli intenti dai modi. Il suo intento in quel caso era quello di mandar giù e affrontare con rinnovata energia (!) un gran pasticcio sul lavoro… Chiaramente, il mezzo non fu efficace per più aspetti: la disgustò presto fatto e la appesantì nel breve termine, che non riuscì poi a concentrarsi al 100% sul pasticcio urgente. Insomma, un mezzo sbagliato è equivalso a due scotti da pagare: malessere fisico ed emotivo e mancanza di energia per affrontare il problema.

Io invece come reagii? Colsi al balzo la sua dichiarazione di fastidio fisico e disgusto e insistetti su questa. Tutto è utile: in questo caso un senso di pesantezza e disgusto che – anche con una certa mimica facciale tra lo spiritoso e il disgusto – volli rimarcare questa sua consapevolezza. L’umorismo, senza giudizio, serve moltissimo al cambiamento. L’ho imparato da Richard Bandler quando sul palco scherzava spesso con chi si prestava a esercitazioni dimostrative. Bandler rispettava SEMPRE la persona che si prestava al lavoro anche se scherzava sul comportamento. Da allora ho capito che è fondamentale per noi coach distinguere l’intento (sempre positivo) del coachee dai suoi modi (probabilmente dannosi o inefficaci), motivo che lo spinge a venire da noi.

Questi modi inefficaci possono essere di auto- gestione emotiva, di linguistica con altre persone, di strategie di reazione e comportamento errate. Che tu sia un coach o un counselor, uno psicologo o un altro tipo di professionista nel campo dell’aiuto alla persona, la struttura del coaching che lavora NON sui contenuti ma sulla loro FORMA ti permetterà leggerezza ed efficacia.

Grazie al coaching:

  1. Rispetti la persona, la assisti a risolvere situazioni, strategie, comportamenti
  2. Accogli i suoi intenti e la assisti nel correggere le modalità di espressione degli stessi.

È grazie a un coaching che tiene conto di automatismi e difese emotive che distinguerai facilmente i suoi intenti di protezione e riequilibrio da mezzi o modalità non utili e saprai guidare scindendo la persona dal comportamento e astenendoti da qualsiasi giudizio.

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