Essere Coach
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Capitolo 20

Il principio di esposizione e la distanza emotiva… insieme

5 min

Due principi da tenere a mente nel tuo coaching sono:

  1. il voler tenere a mente l’esposizione graduale a difficoltà, NECESSARIA all’apprendimento inconscio
  2. l’allenamento alla giusta distanza emotiva in ogni passaggio di crescita

Esporre nelle visualizzazioni

A fine libro ti regalerò delle parti di script di visualizzazioni pronti da usare. Qui iniziamo a introdurre il concetto di visualizzazioni per ampliare la zona di comfort del cliente. Le visualizzazioni “correttive” o di apprendimento ci aiutano a esporre il cliente a novità in totale sicurezza perché il lavoro è prima mentale e poi calato nella realtà.

Prima e dopo per correggere… e mai nel mezzo!

Nel mezzo di una forte emozione (rabbia, paura, forte stress) non è certo il momento giusto per proporre il cambiamento. Nel mio linguaggio di coach questi momenti sono definiti “a caldo”, quando – un po’ come nel cartone animato Inside Out al personaggio rosso va letteralmente a fuoco la testa! – scoppiamo e la nostra parte inconscia in quel momento è in modalità “pilota automatico” e NON può essere corretta, nemmeno sollecitata.

Quando allora proporre il cambiamento ai coachee? Prima o dopo. Ai nostro corsi, quando alleniamo le visualizzazioni, NON proponiamo mai al coachee di farlo nel bel mezzo della sua eruzione emozionale. Sempre nella calma e neutralità di altri momenti: come con noi in studio o una sessione online per “allenare” il cambiamento in visualizzazioni di processo (è così che nel libro "Visualizza la vita che vuoi" definisco le visualizzazioni di cambiamento di automatismi o abitudini).

Sliding doors

Durante una sessione di coaching quindi, dopo aver esplorato la situazione (O, osservazione di OMI), proposto modifiche fattibili e desiderabili dal cliente (M, modificazione di OMI), siamo alla fase dell’installazione e con la visualizzazione correttiva di processo chiediamo al cliente delle IPOTESI. Proprio come il film Sliding Doors dove Gwyneth Paltrow prende o non prende il metrò e ciò le cambia la vita, così noi chiediamo al coachee di correggere il passato e/o proporre alla mente altre vie per il futuro:

  • «Cosa sarebbe successo se quindi avessi fatto, detto, provato, sentito… come mi hai suggerito prima? Come ti saresti sentita/o? E poi cosa avresti fatto?»
  • «Cosa accadrà la prossima volta che questa situazione è probabile che si ripresenti se farai, dirai, proverai, sentirai ciò che mi hai suggerito prima? Come ti sentirai? Cosa farai dopo?»

Se conosci lo strumento della scala da 1 a 10 usalo per testare quanto il cliente sente efficaci, desiderabili e fattibili tali opzioni. E poi invita il cliente ad allenare spesso queste alternative in privato in momenti di neutralità emotiva.

Esporre “virtualmente” i clienti alle difficoltà per prevedere e pre-correggere è nostro dovere di coach! Come, nelle pagine precedenti è stato quello di fare l’avvocato del diavolo. Un coaching dove tutto è bello e funziona non è coaching, è una chiacchierata tra amici dove chi ascolta vuole sbolognarsi in fretta il problema di chi espone.

La giusta distanza emotiva

È banale da capire, difficile da applicare. La distanza emotiva l’abbiamo già sfiorata quando parlavamo della consapevolezza da acquisire ad ogni passaggio di crescita per conoscersi e accettare le proprie imperfezioni, piccole e gigantesche, e solo da lì poter crescere. Aiuta il/la tuo/a cliente a osservare sé stesso/a o le situazioni scatenanti con la giusta distanza emotiva così da non scatenare di nuovo quella frustrazione, rabbia, delusione, stress così forti che impediscono il cambiamento.

La distanza emotiva è fondamentale per tenere “al fresco” la mente emotiva, pena l’inefficacia dell’incontro. Se l’incontro assomiglia più a uno sfogo arrabbiato che a una sessione di problem solving significa che la parte emotiva del coachee è troppo sollecitata in quel momento. Noi possiamo calmarla in vari modi:

  • Una visualizzazione di rilassamento
  • Respirazione
  • Immaginare distanza emotiva e sviluppare l’empatia
  • Altro…

L’empatia

La distanza emotiva aiuta anche a diventare tolleranti. L’empatia è utile (fondamentale diciamocelo!) sia verso di sé e la propria parte abitudinaria che continua a fare ciò che noi non accettiamo di noi, sia verso gli altri che non capiamo e nei confronti dei quali ci induriamo sempre di più a svantaggio della relazione.

Essere empatici significa mettersi nei panni di chi non la pensa come noi o di chi fa cose che non appoggiamo (anche la nostra parte abitudinaria) e cercare di capire il mondo dal loro punto di vista.

Deriva dal greco en-pathos che significa “sentire dentro”. Aiutiamo i nostri clienti ad allenare l’empatia verso di sé e verso altri, questo li farà sentire più tolleranti e in pace con le ingiustizie a cui sono esposti (internamente o esternamente).

Non confondiamola però!

L’empatia è spesso confusa con l’identificazione o la compassione: capire cosa prova l’altro non significa approvarlo né fare nostri i suoi sentimenti. Essere empatici con chi prova dolore non significa neppure farsene carico, ma comprendere e rispettare. La simpatia è invece quel sentimento che si prova nei confronti di qualcuno che ci sta simpatico, ci piace la sua compagnia, vediamo le cose simili a loro, passiamo del buon tempo di qualità insieme. L’approvazione è forse più rara, è un giudizio e non tanto un sentimento e avviene quando approviamo la scelta di un compagno, famigliare o anche di un estraneo. Approvare la scelta di qualcuno non implica che lo comprendiamo, né che ci stia simpatico e nemmeno che lo conosciamo in realtà. L’identificazione è un altro errore. Non è necessario identificarsi con qualcuno per capirne pensieri e convinzioni. La compassione è un’altra nobile emozione. Sicuramente una delle emozioni da collezionare nel nuovo millennio ma, ancora una volta, diversa dall’empatia. Non è necessario provare compassione per qualcuno per essere empatici. La compassione è quando comprendiamo i sentimenti altrui, e – in generale – quando partecipiamo alla loro sofferenza, senza provarne pietà, ma restando semplicemente vicini emotivamente.

Provare empatia significa quindi mettersi nei panni di chi è diverso da noi ed esplorare. Essere empatici amplia la propria mappa mentale e arricchisce la visione che si ha del mondo:

  1. Se il tuo coachee attiva distanza emotiva per guardare alla parte di sé che ancora mangia extra o fuma con empatia, forse ne accetterà le difficoltà o le resistenze al cambiamento. Né coglierà aspetti emotivi di tutt’altro livello e profondità. E solo da lì (siamo all’accettazione di cui parlavamo in precedenza) potrà cambiare INSIEME alla sua parte emotiva.
  2. Se il tuo coachee attiva distanza emotiva per osservare una relazione di tensione tra lui/lei e un famigliare, sarà più facile avvicinarsi empaticamente alle difficoltà relazionali dell’altro. Capirne i limiti emotivi, e quindi accettare ciò che riesce a fare/dare, gli/le permetterà di ricucire la relazione su solide basi di intelligenza relazionale.

Ai corsi del CCA vediamo questi aspetti nella pratica, studiamo casi e ci esponiamo a situazioni di coaching con delle simulazioni, per poi notare e apprendere quanto sia importante proporre ai nostri clienti la distanza emotiva e l’esposizione a situazioni difficili per renderli veramente indipendenti... giorni, mesi e anni dopo che li abbiamo seguiti in un percorso di coaching.

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