Essere Coach
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Capitolo 6

Pensate di essere in due… e invece siete in quattro

3 min

Mi piace dire che in un incontro di coaching (ma, in realtà, in ogni tipo di interazione) non siamo in due, siamo in quattro: il cliente, tra mente cosciente e inconscia; e noi, tra mente cosciente e inconscia. Ah, avrai capito che per "mente inconscia" intendo quella parte che Virginia Satir definisce la parte che sente un conflitto, che Richard Bandler considera la parte abitudinaria, che nelle neuroscienze è quella parte collocabile tra il cervello limbico e il sistema nervoso e che Kandel dice essere la parte del cervello che gestisce la maggior parte delle nostre emozioni e azioni quotidiane. Quindi, attenzione, non c'è nulla di esoterico o freudiano nella "mente inconscia", si tratta di una parte fisicamente distinguibile che gestisce automatismi, abitudini, emozioni, memorie...

Quando parliamo con le persone, e questo è un errore in cui alcuni coach o professionisti del benessere incappano spesso, crediamo di parlare tra menti volitive (e coscienti) e basta. Niente di più falso. In tal modo alcuni coach, dopo aver dato il consiglio perfetto, si aspettano che il cliente – da solo –metta in atto il cambiamento e trovi – da solo! – un accordo tra le proprie parti: cosciente e inconscia.

Troppo difficile!

I coachee vengono da noi in DUE:

  1. la loro mente volitiva, cosciente e problem solver che vuole risolvere “quella cosa” in fretta, bene e per sempre
  2. la loro mente emotiva, inconscia, abitudinaria che obietta, ha paura, crede (o spera) che uno sfogo rivolto a un professionista basti, spera in consigli stile bacchetta magica o non crede che durerà…

E anche noi coach li accogliamo… in due:

  1. la nostra parte volitiva che sa cosa fare
  2. l’altra, quella emotiva, che magari si irrita per certi meccanismi che osserva nel coachee, o si lascia trasportare, o fa l’errore di identificarsi; che è anche la nostra parte abitudinaria che propone sempre gli stessi esercizi senza veramente adeguarsi al cliente…

«Quindi Debora, appurato che non siamo in due ma in quattro, che si fa?»

Rivediamo gli attori in scena:

  • la parte conscia del cliente (o nostra) è quella parte che vuole risolvere, è volitiva, ha capacità di problem solving, si immagina e attiva la sua parte creativa… Insomma, questa parte è principalmente collocabile nella neocorteccia dei due cervelli coinvolti;
  • la parte inconscia, collocabile nel cervello limbico, che segue abitudini e percorsi consolidati (anche se dannosi), che non sa guardare lontano e non si motiva “sperando”, ma si motiva “sentendo” e provando nel qui e ora i benefici del cambiamento. Questa parte abitudinaria è anche quella che prova emozioni e le gestisce, bene o male. È quella che nell’ippocampo e amigdala ha combinato emozioni e apprendimento, ricordi e reazioni…

Ora, occhio alla dritta di coaching che segue.

Coaching "inconscio"

Se anche tu, come me, vuoi che il tuo cliente cambi in modo duraturo (perciò inconscio), coerente (cioè senza conflitti interiori) e una volta per tutte, non puoi ignorare la seguente dritta di coaching inconscio:

quando assisti il tuo coachee, tu assisti 1) sia la sua parte cosciente e la guidi a prendersi cura della parte inconscia, 2) sia la parte inconscia direttamente, parlando il suo linguaggio, accogliendo i limiti emotivi e agevolandone il cambiamento.

Fai questo e il tuo coaching non sarà solo fatto di bei strumenti da proporre (come le guide stile “101 schede di coaching da usare per incontri di successo”!), il tuo coaching si trasformerà in coaching "inconscio".

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