Essere Coach
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Capitolo 3

Le paure dei coach

5 min

Di paure noi coach ne abbiamo tante quante i nostri clienti solo che, essendo noi coach o conoscendolo, probabilmente le gestiamo ad un livello differente. Qui di seguito ne individuo alcune, vediamo se corrispondono a qualcuna che hai forse provato all’inizio del tuo percorso formativo, o che senti tutt’ora dentro e che rendono corto il respiro quando ci pensi.

Paura di non saper come aiutare

Dopo la scuola, anche con tanto di certificazione, non è che ci si sente necessariamente sicuri di poter assistere un cliente! La testa è piena di nozioni, ma forse non sai ancora usarle al meglio? O non sai ancora usarle con fluidità? Certo, è normale. Cosa manca? Esperienza. Ecco come puoi “risolvere” questa paura: ascoltandola e assecondandone il vero bisogno, quello di sentirsi sicuri nel fare. Se le tecniche le hai studiate bene e la scuola che hai frequentato è seria e valida, l’unico tassello che manca tra lo studio e la tua affermazione è la pratica.

Paura di non avere la risposta pronta

Anche questa paura si dissipa con la pratica e l’ascolto di vari clienti e delle loro problematiche. Non solo: prevenire – come si dice – è veramente meglio che curare. Piuttosto che “curare” un incontro di coaching tentennante e a scatti, lavora sui tuoi strumenti: fatti uno schema delle problematiche che aiuti a risolvere e degli strumenti più adatti in base alla problematica, al tuo stile e al tipo di cliente che hai davanti. Agli inizi, durante e dopo aver frequentato un corso, io riempivo quadernetti di appunti su visualizzazioni, script da usare, domande da porre, esercizi da proporre. Oggi riempio ancora quadernetti (!) ma con gli appunti degli incontri di coaching che tengo. Questi appunti (come ti spiegherò più avanti, mi servono per riportare il riassunto di quanto fatto in sessione e per me per apprendere sempre da ogni coachee.

Paura che SE non l’hai vissuto anche tu non potrai aiutare

Anche questa paura è presente in alcuni coach. Non è detto che se non hai mai fumato, tu non possa aiutare un coachee a smettere, e sai perché? Per due ragioni: 1) la prima è perché se il coachee lo vuole non deve identificarsi con te, tu non sei un mentore qui sei un coach; 2) la seconda è che tu fornisci una struttura, una strategia vincente. Sta al tuo cliente riempirla con i suoi contenuti per abbandonare l’abitudine.

Paura di terminare l’incontro di coaching senza aver concluso nulla

Capita, più spesso di quanto non credi, che i coachee parlino e parlino, e pensino che così si svolga un incontro di coaching (!). Loro si aspettano di essere compresi e capiti. In questo caso è bene chiarire che il coaching va oltre l’ascolto e la consapevolezza di ciò che è: un incontro di coaching valido si proietta sempre verso la (o le) risoluzione/i.

Cosa allenare qui? La tenuta dell’incontro e dei tempi, sicuramente. E poi, ti capiterà spesso di riportare il tuo cliente sulla struttura di un evento e non solo sulla lamentela. Non sarà facile a volte, è il tuo lavoro. Dovrai insegnargli/le a parlare per eventi e non generalizzare a individuare e correggere la struttura di ciò che non va. E poi, credo sia d’obbligo far terminare sempre un incontro di coaching con un sorriso o con un respiro di speranza… strutturata!

Paura delle obiezioni e stanchezza a fine incontro

Esiste anche la paura delle continue obiezioni del cliente. Innanzitutto sappi una cosa importante: il tuo cliente non obietta perché ce l’ha con te, ribatte perché ti mostra come pensa, perché ha veramente difficoltà a vedere altri modi per risolvere la situazione. Altrimenti non ti avrebbe interpellato. Emotivamente contesta per rinforzare ciò che ha fatto finora, è come se la sua mente inconscia volesse ricordarsi che, se ha sempre fatto così, è perché era l’unico modo di procedere.

Se un coach (o anche un counselor, psicologo o altro professionista in ambito ascolto e aiuto alla persona) si sente svuotato e stanco dopo un incontro è per due ragioni ben precise:

  1. Ha difficoltà a scindere i fatti (negativi, sofferenti, dolorosi) dalle strategie su cui dovrebbe concentrarsi
  2. Crede di dover consigliare soluzioni e si sforza di suggerirne di valide senza capire che ciò che viene da fuori non è mai veramente accolto dalla parte emotiva e inconscia del cliente (o paziente) e quindi lui o lei passerà il tempo della sessione a obiettare, ribattere, contestare…

Ai loro legittimi «Sì, ma…» non sta a noi ribattere: a noi spetta chiedere e chiedere bene. Le risposte devono provenire da loro. (Tutto ciò che ti sto anticipando su strategie e domande verrà poi ben trattato più avanti nel libro).

Paura di soccombere (sull’onda del precedente)

Non succederà, e sai perché? Perché tu sei un coach e guardi ai problemi dei tuoi clienti nella struttura e non nei contenuti. Sei empatico perché accetti ciò che dicono (anche gli errori o i fallimenti del tuo cliente) senza mai giudicare. Sempre sapendo che sono solo azioni, solo scelte e non sono la persona che è il tuo cliente.

Paura di non trovare clienti

Ecco una paura sempre reale. E ti anticipo già che sarà una paura che ti accompagnerà per tutta la tua carriera. Trattala dunque con rispetto: ascoltala, rispettala e tienila vicina come monito per non mollare mai. Usala per restare sempre in contatto con i tuoi clienti, per capire le loro paure, obiezioni, dubbi e lotte interne. Usala perché, anche se oggi funzioni bene, non si sa mai cosa può arrivare domani: dalla pandemia inaspettata a un nuovo social che trascuri per pigrizia e che ti cambia tutti i parametri di visibilità. I clienti non sempre ci saranno, non sempre saranno numerosi. Ci saranno mesi positivi e mesi meno. Il sito internet non trova clienti, oggi lo fanno i social, e ancora le brochure (sì, ancora!) o le pubblicità naturalmente.

Paura che non duri

Anche questa è una paura reale. Diciamo subito che agire è la miglior risposta alle preoccupazioni della tua paura. Agisci. Inizia. Continua. Cambia. Perfeziona. E poi, se è amore a prima vista, se è amore duraturo, se continui a nutrire la tua passione per il coaching… Be’, allora durerà. Sappi che non durerà perché ti concentri “sul fatto che duri”. Durerà come la naturale conseguenza del tuo impegno verso l’altro, della tua passione per il tuo lavoro e – come diceva Jim Rohn – del “servire”, nella sua accezione più nobile, il tuo cliente.

Paura di non essere credibile

Ultima paura che cito qui e molto gettonata online è la paura di non essere credibile, spesso chiamata la sindrome dell’impostore. È quella di risultare troppo amatoriale e di non piacere “a nessuno” (Hai notato questa generalizzazione?). Oltre al giusto allenamento e ai fisiologici errori di apprendimento, se “vendi” te stesso e la tua capacità di assistere, dovrai imparare a “metterci la faccia”. No, non necessariamente con la faccia ma con dei contenuti che ti corrispondano: formativi e informativi.

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