Essere Coach
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Capitolo 21

I tuoi problemi, i suoi problemi

5 min

A inizio libro ti ho presentato i tipici errori di noi coach, tra cui il fare da spugna e l’ascoltare in modo non attivo ma passivo, subendo anziché estrapolare la struttura dell’esperienza portata dal cliente. Più in là nel libro abbiamo visto come la PNL abbia colto nel segno auto-definendosi come “lo studio della struttura dell’esperienza soggettiva”. I suoi problemi non possono essere i tuoi problemi.

Se il coachee ti scrive ogni giorno dei papiri via email, non puoi trascurare altri clienti per “fare il tuo dovere”: il tuo dovere è fornire strumenti, anticipare situazioni per allenare alla crescita e rendere indipendente e autonomo il cliente. Il tuo dovere non è risolvere ogni singola situazione problematica che certe volte alcuni clienti riversano a noi coach senza filtri.

C’è chi crede che il coach dà soluzioni, non è così ed è bene dirlo sin dal primo colloquio informativo e/o ribadirlo se è il caso durante il percorso. Per esempio, quando io sento che il cliente ha già allenato certi strumenti di coaching, mi ritraggo sempre di più e pongo domande non solo per aiutarlo a trovare soluzioni (a cui fornirei strumenti di coaching di supporto), a quel punto chiedo proprio al cliente quali strumenti di coaching a lui/lei preferiti adotterebbe per questa o quest’altra situazione.

Lo scopo del percorso è la salvaguardia e armonia del suo sistema nervoso attraverso i cambiamenti, scivolate e crescita. Lo scopo sott’inteso è quello di rendere il coachee autonomo nella gestione delle situazioni di sfida e della crescita.

I tuoi problemi sono altri!

Tutto ciò che tu conosci nel coaching è – o dovrebbe essere – auto-applicato ai tuoi problemi. Tutti ne abbiamo, il vantaggio di chi ha studiato tecniche di aiuto psicologico ed emotivo è che affronta le problematiche in ottica diversa, su uno o più gradini diversi, con tempi ridotti.

Delusioni? Frustrazione? Rabbia? Stress? Inadeguatezza? Nervosismo? Tutte queste emozioni fanno ANCHE parte di noi, solo che noi coach affrontiamo – o dovremmo affrontare – tali sfide emotive a livelli diversi. E se questo non è il caso ti consiglio di allenarti o farti assistere da un collega coach. Questo agevolerà non solo la tua vita personale ma anche la tua performance di coach.

I bravi coach non sono quelli che non hanno problemi, sono quelli che sanno come affrontarli, partendo sempre dalla salvaguardia del proprio equilibrio emotivo.

La Piramide Di Robert Dilts

Se guardiamo alla Piramide di Robert Dilts (qui sotto) gli ambienti che noi frequentiamo o ricerchiamo saranno funzionali anche al miglioramento della nostra persona e professionalità, coltiveremo comportamenti utili a noi e al nostro equilibrio, tanto quanto alla nostra performance di assistenti del benessere, alleneremo quelle capacità utili e ricercheremo coerenza tra tutto questo e i nostri valori più profondi, fino a continuamente allenare la persona, il coach che vogliamo essere a livello di identità.

La piramide dei livelli logici di Robert Dilts
La piramide dei livelli logici di Robert Dilts

Anche questo è uno strumento che non dobbiamo necessariamente condividere con i nostri coachee ma che vogliamo tenere a mente per sondare opportunità di cambiamento e soluzione: c’è qualcosa a livello dell’ambiente che possiamo proporre di modificare? Esplorare? Comportamenti da allenare o altri da abbandonare? Capacità da allenare o da allargare ad altre sfere della vita? Valori da rispettare con coerenza interna? Identità da visualizzare e coltivare con visualizzazioni di prospettiva finale?

Per esempio, a inizio di un nuovo percorso, io stessa seguo gli strati della piramide partendo dal basso per capire COME dei cambiamenti possano essere messi in atto. Esploro ambienti e comportamenti che siano possibili, voluti e in controllo del coachee per iniziare sin da subito a dare concretezza al percorso.

Motivazione sin da subito

È infatti fondamentale che il coachee, sin dal primo incontro senta che dei risultati si stanno realizzando. È importante “giocare” su più livelli durante le sessioni di coaching: dobbiamo proporre qualcosa di relativamente facile al coachee così che si senta capace di gestire il cambiamento e soddisfatto per come si sente. Vogliamo tenere conto del sentimento di auto-efficacia che vogliamo man mano coltivare nel coachee. Non che lui o lei nella vita non si senta più o meno spesso auto-efficace per ciò che gli/le riesce già bene, mi riferisco alla problematica che ci presenta e per la quale non si sentirà in controllo ed efficace da tempo.

Autostima e autoefficacia

Provare un buon senso di controllo e di autoefficacia aiuta il coachee ad alimentare la stima che ha di sé. Anche l’autostima è un concetto molto frainteso. Nel suo libro I pilastri dell’autostima, Nathaniel Branden scrive che «La stima di sé è sentire di essere adeguati alla vita e alle aspettative: è fiducia sia nelle proprie capacità sia nel proprio diritto al successo e alla realizzazione dei propri desideri.»

Non solo, ci ricorda che l’autostima non è una, è plurima e variabile. Fluttua, sì, fluttua in base alla percezione che abbiamo di noi e dell’efficacia che agiamo su ciò che è in noi e attorno a noi. Bandura e Branden sono due fonti di convinzioni d’oro per noi coach: Bandura con la sua agenticità da coltivare e Branden con l’autostima che dipende da noi e dalla nostra percezione.

Per tua conoscenza, Branden consiglia 6 pratiche per coltivare l’autostima e che puoi seguire nella tua assistenza al coachee:

  1. Vivere consapevolmente. Niente negazione, mente attiva e calarsi nel momento, andare incontro ai fatti e saperli distinguere dalle interpretazioni a dalle emozioni.
  2. Accettazione di sé. Due concetti legati ma con diverso significato: l'autostima si sperimenta, l'accettazione di sé si fa. Accettarsi significa essere pro sé stessi, significa mantenere l'impegno di valorizzare sé stessi.
  3. Sentirsi responsabili. È molto importante saper distinguere tra quanto dipende da noi e quanto no. Assumendo la responsabilità della nostra esistenza, riconosciamo che gli altri non sono nostri servitori e non sono mezzi per il raggiungimento dei nostri fini.
  4. Affermarsi e rendere onore a bisogni e desideri. L’opposto è la resa. L’affermazione di sé non è aggressività, non è arrivare primi o farsi valere a discapito di altri; è semplicemente la voglia di occupare la propria posizione nel mondo, essere apertamente chi si è, e trattare sé stessi con rispetto nelle relazioni con gli altri.
  5. Coltivare l’integrità personale. L'integrità è integrazione tra i nostri ideali, le nostre convinzioni, i nostri comportamenti e i nostri valori. È importante seguire i principi di condotta che riteniamo giusti per noi. Infatti, quando il nostro comportamento è in conflitto con le nostre convinzioni, perdiamo il rispetto per noi stessi.
  6. Allargare l’autostima. Non è così importante saper fare, piuttosto sapere che si può sempre imparare. Con i figli a casa, l’autore ci ricorda che il dovere dei genitori è quello di promuovere l’autonomia dei figli e guidarli a diventare adulti indipendenti.

Linguaggio diverso, STESSE indicazioni di crescita: anche Branden parla di consapevolezza e accettazione, il “controllo” di Covey lo chiama “essere responsabili”, l’autorealizzazione di Maslow è per lui affermazione personale nel rispetto di tutti, l’integrità che individua è la coerenza interna nel coaching e l’allargamento dell’autostima è l’intelligenza relazionale nel coaching.

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