Essere Coach
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Capitolo 8

Il controllo di un coach

4 min

Stephen Covey, autore di 7 Habits of Highly effective people ("I 7 pilastri del successo" oggi ritradotto come "Le 7 regole del successo") parla della sfera del controllo, o circolo del controllo. Per cui possiamo essere responsabili solo di ciò che veramente controlliamo: abbiamo il potere solo su ciò che rientra nella 1° sfera di controllo. Nella 2° sfera influenziamo (noi il coachee e il coachee le proprie relazioni o la propria mente inconscia). Nella 3° sfera c’è interesse per ciò che accade e l’adeguamento (nel controllo) di conseguenza.

Sfera di Controllo di Stephen Covey
Sfera di Controllo di Stephen Covey

Il concetto di controllo “limitato” è importante:

  • Per noi coach perché ci ricorda sempre che i loro successi, né i loro “fallimenti” non dipendono da noi, non direttamente. Dipendono da noi solo durante la sessione di coaching della quale siamo veramente responsabili.
  • Per i nostri clienti perché sappiano dove loro hanno potere di controllo, e quindi potere di azione.

Sembra un concetto scontato, ma quando la persona vive un problema, è avviluppata da una situazione di stallo, le sue difese emotive la portano a trovare “scuse”.

È colpa / Ah, se solo…

Quelle che facilmente definiamo scuse potrebbero essere espresse anche mentalmente (e con la parte della mente emotiva, non certo razionale) con la formula “è colpa di…”: altri / delle opportunità / del luogo in cui vivo / dei miei famigliari… Perciò poi il rischio è che l’attenzione (il “focus” diremmo in coaching) del coachee si rivolga a ciò che non è in suo controllo per “sperare” a una risoluzione fuori controllo. Ugualmente il “sognare” o prospettarsi realtà impossibili, illudendo la parte emotiva, lo abitua a fuggire dal problema piuttosto che gestirlo per ciò che è possibile. Le frasi nel dialogo interiore del cliente che possono accompagnare questo stato d’animo sono qualcosa come: “ah, se solo…”: fossi nata in America / mia madre non mi avesse cresciuta così / la maestra di mio figlio non fosse così / non avessi sempre problemi sul lavoro / non incontrassi sempre l’uomo sbagliato.

Ahi ahi ahi. Noi coach non possiamo permettere che la mente emotiva del nostro cliente resti rivolta a ciò che non può cambiare. Intendiamoci, la battuta tra menti coscienti ci sta: il coachee dice “Ah se solo…”, noi ridiamo e poi proponiamo di ritornare al controllo e quindi al potere. Come? Con domande utili (o guida) per esempio che spronano il cliente ad agire “solo” nella propria sfera di controllo.

Proponiamo NELLA sfera di controllo

Facciamo degli esempi, il primo di un conflitto relazionale e il secondo di un conflitto interiore alla persona:

  1. Non puoi cambiare lavoro ora? No problem. E se lavorassimo sul rapporto tra te e quella/e persone sin da subito? E se allenassimo la tua linguistica? Se prevedessimo argomenti condivisibili con le persone fonti di stress? Se immaginassimo situazioni e “role play” in cui il coachee simula un approccio neutro? E se, infine, allenassimo il suo dialogo interiore a smorzare frasi di rabbia e malcontento? Se insegnassimo quindi subito al cliente a gestire meglio la sua risposta emotiva alle situazioni stressanti e poi a scegliere cosa fare del proprio lavoro, semmai?
  2. Vorresti dimagrire ma non hai tempo per cucinare bene per te, fare movimento, nemmeno per dormire a sufficienza? Ok, parliamone. E se lavorassimo sulla semplificazione? Suggerendo al coachee di togliere anziché aggiungere. E se non fosse possibile togliere incombenze per il momento (tra figli e genitori a cui badare, lavoro e i vari problemucoli che aspettano sempre dietro l’angolo), potremmo proporre al cliente di lavorare sul collegamento cibo-emozioni che fa sì che il cliente mangi non per fame ma per altro?

Si arriva sempre al controllo di qualcosa. E il controllo dà potere su di sé e da sollievo.

Il coachee (e tutti noi in certi momenti della vita) non vive più in balìa di eventi o altre persone. Non subisce, risponde. Non soccombe, si adatta. Anche se ciò che può ottenere in coaching con te oggi non è “la vita ideale”, oggi – grazie a te – il tuo cliente può ottenere libertà, sollievo e un senso di controllo sulla propria vita.

Una mia coachee mi parlava del suo legame cibo-emozioni che sta imparando a scindere e siamo giunte al potere di dirsi di “no” certe volte. Da brava mamma sa dire “no” e sa che si tratta di quei “no” a fin di bene. Simulando questo atto di disciplina rivolto a sé stessa ha provato sollievo, potere e liberazione. Dirsi di no – mi raccontò – le dava un senso di potere e benessere. Dire di “no” a quella parte abitudinaria che mangiava per automatismo a seguito di un trigger emotivo, le permetteva di risvegliarsi dall’incantamento e di ricordarsi che lei ama sé stessa tanto quanto ama i suoi figli. Quindi, quei “no” non rappresentavano più privazione ma amore verso sé stessa.

Sull’agenticità e l’autostima

Questo concetto di controllo e potere è molto importante perché è direttamente collegato al senso di auto-efficacia e agenticità di cui Albert Bandura e Nathaniel Branden parlano e che poi si riversa sul concetto di autostima.

È quindi importante guidare il cliente al suo vero potere: quello di rispondere agli eventi per ciò che è in suo controllo. Ricordiamo sempre ai nostri coachee il loro potere d’azione. E se non possono agire nel mondo esterno, possiamo sempre suggerire ai nostri coachee di “agire” nel loro mondo interno: tra emozioni, immagini, dialogo interiore, domande da porsi, dialogo con la parte emotiva e abitudinaria, simulazioni di situazioni e proposte di miglior gestione emotiva...

Agire dentro

Il controllo porta al potere: se il tuo coachee oggi non ha il potere di cambiare le cose, ha sempre il potere di cambiare la sua reazione emotiva, la sua gestione emotiva. Ha sempre il potere di rivedere certe convinzioni, certi pensieri, il dialogo interiore, le immagini che associa alle situazioni… E, pertanto, cambiare il suo sentire emotivo riguardo al mondo esterno.

È nostro dovere di coach ricordare al nostro cliente questo piccolo ma immenso potere.

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