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Capitolo 1.1

Distinguiamo identità da comportamenti

4 min

Tu, io, noi tutti non siamo i nostri comportamenti. Tu, io, noi tutti non possiamo essere associati a ciò che abbiamo detto o fatto, anche se l’avessimo detto o fatto dieci volte. Hai presente quelli che venivano definiti dei “monelli” alle elementari? Solo perché non avevano ancora appreso il concetto di confini e correvano liberi per la scuola facendo sudare la bidella dietro di loro che sbraitava minacce vuote al vento? Ecco, loro. Per questi “meri” comportamenti, perché nessuno ha insegnato loro a concentrarsi per tempi medio lunghi, si sono beccati un sacco di quei «Sei un monello», «Sei uno scapestrato», «Sei una peste».

Sbagliato: quei bambini non erano monelli, scapestrati o pesti… Si comportavano da monelli, scapestrati o pesti. È diverso. Profondamente.

Se sei cresciuto con la nonna, la maestra o il prof. che ha mancato questa lezione di intelligenza emotiva e che attaccavano di continuo etichette comportamentali negative alla tua identità, non te la prendere. Prima del 1995, anno di pubblicazione del libro Intelligenza emotiva di Daniel Goleman, l’intelligenza emotiva non era nemmeno considerata un’intelligenza. E il 1995 è, praticamente, l’altro ieri. Se hai vissuto un’infanzia e adolescenza con adulti sensibili e attenti, buon per te, alcuni tuoi amici potrebbero aver subito abusi psicologici (minori ma costanti) per anni.

Non facciamo lo stesso errore. Per te, per i tuoi amici, se avrai figli in futuro, fai tua questa “lezione”: l’identità non è riconducibile, o riducibile, ai comportamenti. In special modo non è consigliabile associare la propria identità a comportamenti “non utili”.

Capiamoci bene e usiamo questa dritta a nostro favore.

Se vuoi far evolvere la tua identità verso ciò che ti aspetti di diventare nei prossimi cinque anni (ricordi l’esercizio di visualizzazione di qualche capitolo fa?), è utile identificarti con ciò che ti piace fare, essere, provare, dire. Così da “staccarci” o – appunto – distinguerti più facilmente da ciò con cui NON vuoi più essere identificato, sia nella tua mente sia nella percezione altrui.

Gio

Cioè, se gli amici prendono sempre in giro Gio perché “Sei così goffo e maldestro”, e Gio invece vuole assolutamente correggere questa etichetta scomoda associata alla sua identità al momento presente, la domanda è: qual è il modo più veloce per farlo?

No, non è cercando di spiegarsi, giustificarsi e sudare per dissociare un’etichetta ormai incollata alla sua pelle come quando la superattak incolla indice e pollice per due giorni.

La via più semplice è:

  1. Individuare chi vuoi diventare,
  2. Programmare soluzioni e agire per assecondare quell’immagine,
  3. Sottolineare i successi ottenuti, a sé e agli altri. Come? Parlandone, complimentandosi tra sé e sé, facendoli notare all’occorrenza.

Nell’esempio della goffaggine, se Gio è attualmente identificato come tale perché a scuola ha sempre i lacci delle scarpe slacciati, tiene la cartella aperta e gli cadono le cose, ha macchie di olio sui libri e lo schermo del suo cellulare non resta intatto più di due mesi, cosa può fare Gio?

Gio potrà esercitarsi a casa a farsi i lacci delle scarpe (oppure farli veramente bene una volta sola mantenendoli larghi e poi infilare le scarpe senza slacciarle), visualizzarsi che va dagli amici con le scarpe allacciate, con lo zaino chiuso, dritto e sereno. Immaginarsi mangiare lontano dai libri e poi mettere in pratica questo pensiero (anche solo per alcune volte) così da rinforzarlo, o – se è in sala studio all’università – chiudere il libro e mangiare a lato o fuori. Grazie alla pianificazione mentale e a piccole azioni utili, Gio farà presto a cambiare la percezione che lui e gli altri avevano. Gio non sarà più il casinaro o il distratto, Gio sarà “Ehi, è arrivato Gio”, “Ciao Gio!”.

Tu

E anche tu, scegli cosa “attaccare” a te.

Se hai o avevi qualche chilo in più, meglio dirsi che “ho dei chili in più per adesso” piuttosto che ripetersi di continuo “sono grassa” o “sono grasso”. Se hai il look da maschiaccio e ti piace, identificati e fregatene di ciò che dice chi non è d’accordo. Se qualcuno poi si permetterà di invadere il tuo spazio emotivo e ti rimprovererà il fatto di essere troppo mascolina, prova questa risposta: «Sì, vero, mi presento mascolina [Pausa]. E non amo particolarmente ricevere osservazioni non richieste».

Se ti hanno definito bipolare, anoressica, bulimico o altro, attenzione. Da decenni gli psicologi non cadono più in certi grossolani errori linguistici, sanno bene quale impatto emotivo ha tutto ciò che loro “attaccano” all’identità dei pazienti. Anche nei loro report clinici, i dottori non scriverebbero mai che “il soggetto è bipolare”, piuttosto che “il soggetto presenta aspetti del disturbo bipolare”. È drasticamente diverso. Uno non è bipolare, anoressico, bulimica. Ha comportamenti bipolari, anoressici o bulimici. Oppure, il medico ha riscontrato la presenza di disturbi anoressici, bipolari, bulimici.

In caso tu abbia associato la tua identità a certi comportamenti trasformandoli in aggettivi qualificativi, occhio! Fermati e rifletti. Io SONO veramente così o è un comportamento? Io POTREI essere altro facendo altro?

Iniziamo a definirci con questa formula:

  • Io sono + NOME.
  • Facevo/dicevo/pensavo/credevo
  • cose non utili.
  • Ora SCELGO di fare, dirmi, pensare, credere cose più utili. E anche se me ne scorderò a volte, andrà bene lo stesso.

Chi agisce, cresce. Chi si guida, cresce. Chi sbaglia… si rialza.

Un cerotto e via!

Citazione: «L’identità non è riconducibile, o riducibile, ai comportamenti (in special modo a quelli “non utili”).»

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