Capitolo 2.4
Fare domande salva la vita
Secondo William James le emozioni sono prima corporee e poi ragionate. Prima proviamo e poi capiamo cosa abbiamo provato. Prima la scarica chimica inonda il sistema nervoso e, solo poi, cognitivamente, la percepiamo e le diamo un significato.
Visto che noi possiamo cambiare noi stessi partendo dall’influenza che attuiamo sulla nostra mente inconscia (cioè tutte quelle convinzioni, quegli automatismi emotivi, quelli scatti incontrollabili, quei vizi che metti in atto senza pensarci…), vediamo come possiamo guidarci per crescere.
Stephen Covey, autore e formatore americano, parla di tre aree di influenza:
- assente,
- parziale,
- totale.
In coda alla posta
Abbiamo influenza “zero” sulla coda davanti alla posta, abbiamo influenza parziale sull’orario che scegliamo per andarci, sulla sede a cui ci rechiamo e se è veramente necessario andarci o no. Abbiamo totale potere di influenza su una cosa sola. Sai cosa? Come viviamo l’attesa in coda. Posso lamentarmi. Posso bofonchiare, dire parolacce, prendermela con chi osa solo avvicinarsi alla vetrata per vedere gli orari di apertura. Posso stare a ridosso della persona davanti a me (come se questo velocizzasse la fila!). Oppure posso, guardare qualcosa sul telefonino. Qualcuno come me può anche “lavorare”: postare un post, controllarne la rendita, commentare canali di altri, condividere informazioni con i colleghi, leggere le email. C’è chi chiacchiera, chi legge le news del giorno… Ad ogni modo, con o senza telefonino, in coda alla posta o dal pastificio, si può sempre influenzare il proprio stato emotivo.
Sono nervoso, stressata, intimorito, bloccata. Mi vergogno. Mi arrabbio. Mi agito. Non posso cambiare gli elementi scatenanti, non posso con un soffio alla Lupo Ezechiele spazzare via tutti i disagi ma posso respirare, posso canticchiare, distrarre la mente.
Mi vergogno per una situazione imbarazzante. Temo il giudizio altrui in certe situazioni. Capita a tutti, anche a quelli che sembrano così fighi e perfetti. Cosa posso fare? Posso sempre e solo influenzare (che non è controllare o risolvere) il mio stato emotivo. Posso sì, respirare, posso, certo, distrarre la mente per bloccare i pensieri tossici e poi?
E poi: mi parlo.
Anzi: mi faccio domande.
C’è una legge vera e universale: a domanda la mente risponde.
Se poni una domanda alla tua mente, la mente inevitabilmente risponderà. Poniamo domande mal formulate alla mente e la discussione non prenderà una bella piega.
Ti faccio un esempio.
Mara
Mara è in farmacia, deve comprare un farmaco per l’intestino bloccato… di sua madre. Si vergogna a chiederlo e si agita. Ascelle umide. Respiro superficiale. Sorriso paralizzato e mano destra tesa sulla borsa come se le fosse stata indotta la catalessi ipnotica (alla mano).
Non c’è nulla di male, Mara lo sa. E si dice che “anche se fosse per se stessa non sarebbero affari del farmacista, né degli altri clienti in negozio”, che “figuriamoci, il farmacista ne sente così tante”… E Mara cerca razionalmente di rassicurarsi e non ci riesce un granché. Perché?
Perché parlarsi aiuta, farsi domande utili aiuta ancora di più.
Ecco come Mara, in pochi secondi in farmacia, potrebbe farsi domande per influenzare il proprio stato emotivo:
- Sono tesa?
- Come posso rilassare petto, collo, muscoli del viso?
- Come posso rilassare le braccia?
- E respirare rilassandomi?
- Sto facendo qualcosa di male e dannoso?
- Come posso formulare la domanda per evitare questo illogico disagio?
- Potrei dire “Per mia madre….”?
- Anziché “stitichezza”, esiste un termine più neutro?
- E se lo cercassi adesso sul telefonino?
- Come mi sentirei quindi se dicessi “Buongiorno, mia madre da qualche giorno ha un po’ di costipazione, mi ha mandata per chiederle un aiuto. Cosa può suggerirmi di efficace?”
- Come mi sentirei a dire questa frase?
- E come mi sentirò quando porterò il medicinale a mia mamma e lei sarà contenta?
Bene. Sembra un flusso di pensiero apparentemente casuale e invece rispecchia una struttura per guidare la mente al cambiamento, emotivo, o comportamentale con la ripetizione.
Rileggi le domande che Mara potrebbe porsi e “senti” le risposte emotive dentro di te. Cosa fa Mara? 1. Indaga la situazione, 2. Testa soluzioni, 3. Installa le emozioni utili.
Ecco il percorso estrapolato:
- Indaga
- Testa
- Installa
Dalla domanda 1 alla 5 Mara indaga la situazione, e già la influenza rendendosene consapevole. Dalla domanda 6 alla 9 compresa, Mara testa soluzioni e sente le migliori emotivamente piacevoli. Dalla domanda 10 alla 12 Mara vuole trattenere (installare) dentro di sé le soluzioni e le emozioni giuste.
Tu
Ora, fallo anche tu. Pensa a una situazione emotiva di tensione e fatti domande utili per guidare mente emotiva e sistema nervoso, seguendo questo procedimento: indaga, testa e installa.
Va da sé che il percorso non prosegue in tappe successive fino a che non sento di aver ottenuto un risultato emotivo. Se indaghi bene la situazione, lo sai perché la consapevolezza è già una risposta. Se testi soluzioni che sono utili, lo sai perché ti senti bene. Se installi emozioni utili, lo sai perché ti senti da dio!
Domande utili o non utili
Le domande in genere sono tutte utili se formulate con spirito esplorativo e senza giudizio. Alcune domande però rischiano di essere interpretate male dal nostro sistema nervoso o da quello altrui. Tu puoi sfruttare il potentissimo strumento delle domande utili ovunque: per stare meglio e guidarti a uscire dai problemi, oppure per aiutare altri ad ampliare la propria mappa del mondo o a ricercare le proprie soluzioni (ne riparliamo più avanti).
Quali potrebbero essere domande definite “non utili”?
Torniamo a Mara, è agitata, in farmacia, pensa solo a parole inappropriate, alla vergogna illogica e a quanto si sente tesa. Se in quei momenti Mara si chiedesse:
«Perché sono così nervosa?»
«Perché sono così stupida da fregarmene del giudizio del farmacista?»
«Perché devo essere così sfigata da dipendere dal giudizio altrui?»
Bocciate. Queste domande, cariche di parole forti, al negativo, dette in un momento così emotivamente vulnerabile (a caldo), possono tranquillamente essere definite “non utili”.
Se, invece, per puro spirito d’indagine, senza giudizio critico, in un momento di tranquillità (o almeno, neutralità emotiva, cioè a freddo), Mara volesse chiedersi:
«Perché mi agito?»
«Ci sono valide ragioni per cui io mi focalizzi sul giudizio altrui in situazioni così frivole?» «Eventi passati che potrebbero condizionare il mio presente? Un dialogo interiore che mi mantiene tesa? Esempi di persone attorno a me che si fanno troppo condizionare dal giudizio altrui?»
Allora potrebbe giungere a conclusioni utili: che ha o non ha esempi in famiglia che potrebbero averla condizionata inconsciamente, che potrebbe essere parte della sua indole introversa (e non c’è nulla di male), che potrebbe semplicemente agire concentrandosi su postura e respiro.
Una nota sul perché
C’è chi dice che le domande che iniziano con il “perché” siano dannose se rivolte a eventi negativi. Io non lo credo: come il “perché” è utile per scoprire, esplorare, creare; anche nell’analizzare situazioni negative può aiutarci – se formulato con il giusto spirito indagatorio e in assenza di giudizio – a indagare (questa volta) soluzioni, rimedi, altre vie.
Non è la domanda in sé ad essere “pericolosa”, è lo spirito con cui la si pone: critico o esplorativo? E con gli altri: Sarcastico o collaborativo?