Capitolo 2.3
Lo scarafaggio spiaccicato
Ogni parola che dici evoca immagini nella mente (tua e di chi ti ascolta) e sentimenti annessi. Se ti dico scarafaggio spiaccicato sotto una ciabatta infradito, cosa immagini? Cosa pensi? Cosa provi? Se ti dico fiori di camomilla selvatica? Cosa immagini? Cosa provi? Stai per caso inspirando in questo istante? Se ti dico deiezione di cane sul marciapiede? (Sorry!) E se ti dico gabbiani, fruscio delle onde e brezza marina?
Ogni parola provoca inconsciamente e istantaneamente immagini mentali e sensazioni o emozioni.
Ogni parola che pronunci ha un impatto emotivo sul tuo sistema nervoso e su quello di chi ti ascolta. Parole come “sgomento”, “tragedia”, “odio” sono forti e creano tensione al solo leggerle. Immagina se pronunciate in un contesto di tensione. Preparati allora alle reazioni che vuoi generare in te e in altri:
quali emozioni voglio procurare in me e in chi mi ascolta adesso? E, quindi, quali parole voglio usare?
Cosa voglio? Cosa vogliono gli altri?
La sezione si è aperta elencando i bisogni di tutti noi. Escludendo i più basici, quali quelli fisiologici e di sicurezza, ora soffermiamoci su quelli emotivi che incontriamo 1. nelle relazioni e 2. in come interpretiamo il mondo esterno. Tutti noi vogliamo “appartenere” a un gruppo, a più gruppi in realtà, in base alle situazioni e agli ambienti. Vogliamo appartenere alla famiglia in casa, agli amici fuori, al luogo di lavoro o di studio, all’avventura all’estero etc. Vogliamo poi “realizzarci”, dice Maslow, lo psicologo noto appunto per la gerarchizzazione dei bisogni umani.
Alfred Adler, psicologo austriaco ai tempi di Freud e per molto nell’ombra, da qualche decennio è stato riscoperto e riprende i bisogni sociali in due semplici necessità, che a loro modo, rispecchiano i bisogni secondari di Maslow.
Per Adler i due bisogni sociali universali sono 1) quello di “appartenenza” e 2) quello di “distinzione”. In inglese rende meglio, appartenenza è tradotto con belonging, e distinzione è descritto come significance, cioè desiderio di apportare un proprio elemento distintivo al gruppo di appartenenza. Se questo secondo bisogno relazionale è soddisfatto, la persona si sente apprezzata, stimata e rispettata e ancora più parte del gruppo.
Tuttavia non dobbiamo semplificare, dice Adler, perché se ci neghiamo la libertà personale a discapito delle esigenze altrui, nella continua ricerca della loro approvazione ci roviniamo l’esistenza. È una questione di equilibrio tra la propria autorealizzazione e l’approvazione del gruppo. Se il gruppo basa la propria relazione su ricompense e punizioni, il soggetto non apprenderà a sentirsi libero di accettare anche la disapprovazione.
E non finisce qui. Adler, distingue anche sapientemente un sano senso di inferiorità che pare tutti abbiamo e che ci spinge a migliorare da un patologico complesso di inferiorità, dove il senso di inferiorità diventa solo il pretesto per non agire.
Riportiamo tutto a noi, vuoi?
Rita
Ci sono Rita e la sua squadra di roller freestyle. Rita è fiera di far parte del gruppo (appartenenza) e dimostra questa gioia mettendocela tutta per migliorarsi. Quando Rita fa qualcosa di giusto, si aspetta un complimento dall’allenatrice e magari anche dalle compagne più strette (significance). Quando sbaglia si aspetta di essere spronata ad esercitarsi per correggersi e migliorare. Se invece, l’allenatrice la punisse con compiti non compresi nei doveri delle atlete né inerenti all’allenamento, non la farebbe sentire né compresa né parte di un gruppo meritevole. Se, di contro, Rita fosse premiata per alcun merito apportato ad una gara, se non per il fatto di essere la figlia del presidente dell’associazione sportiva, non sentirebbe, nemmeno in questo caso, fierezza per ciò che fa o il gruppo a cui appartiene.
Perché parliamo di tutto questo?
Perché quando scopriamo che tutti noi abbiamo bisogni (non desideri, ma bisogni) di appartenere, di essere riconosciuti e di realizzarci, sappiamo interpretare meglio le nostre aspettative o delusioni, e quelle altrui.
Una fidanzata rifiutata. Un compagno bocciato. Un amico escluso. Una sorella invidiosa. E la lista potrebbe continuare... Conoscere i bisogni relazionali più intimi, ci aiuta, non a giustificare, ma
- A comprendere i sentimenti altrui,
- A riconoscerli e
- Poi chiedere.
