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Capitolo 3.3

Una valigia “ben fatta”

16 min

Viaggi e viaggerai. Cambierai lavori, ambienti, gente. Cambierai anche lingua magari. Ciò che non cambierà mai è il bagaglio di QE e di “fair play relazionale” che ti porterai dietro. Che la tua valigia contenga il giubbotto per andare a Nord o le infradito per andare a Sud, l’intelligenza emotiva e la correttezza relazionale sono come lo spazzolino, non si va in giro senza.

Abbiamo parlato di intelligenza emotiva lungo tutto il libro, definiamola in poche parole e “apriamola” per conoscerla dentro. Insomma, cerchiamo ora di redigerne la ricetta da portare in valigia sempre con te.

Nel suo libro Perché tanti uomini incompetenti diventano leader? (e come porvi rimedio), Tomas Chamorro-Premuzic la spiega come efficacia personale, un’abilità di affrontare ogni giorno con successo i raffronti interpersonali, sul piano emotivo e sociale. Un buon QE non è quindi una “intelligenza” che si ha, è un’abilità che si allena per comprendere e gestire meglio le proprie e le altrui emozioni.

Era il 1990 quando Peter Salovey, psicologo sociale di Yale, e John D. Mayer, professore di psicologia alla University od New Hampshire, coniarono il termine “intelligenza emotiva”, resa poi super nota a noi da Daniel Goleman, giornalista scientifico che ne scrisse un best seller epocale.

Un decennio di silenzio scientifico seguì, fino a che, il QE divenne poi l’eroe delle Relazioni umane. Dal 2000 sono stati pubblicati circa 4300 studi sul QE analizzato in varie forme e per vari scopi: di collaborazione, leadership, performance, relazioni interpersonali, impegno personale etc.

Se Acquaman è il paladino dei mari, Wonder Woman per gli umani in difficoltà, così come Spiderman, Hulk o Iron Man, il QE è l’eroe nel Fair play relazionale. Chi ha un alto QE è un super eroe dei giorni nostri, si capisce e capisce gli altri. Si mette nei loro panni e comprende (senza giudicare o giustificare) il loro punto di vista, sa usare un linguaggio tanto assertivo quanto rispettoso, sa scurarsi, sa porre domande utili, sfrutta il pensiero laterale per guardare alle situazioni da punti di vista differenti e ha un orientamento decisamente problem solver.

Quel super eroe, quella super eroina, sei tu.

Non è forse da inizio libro che ne stiamo esercitando le qualità?

Vediamole in dettaglio e poi analizziamo una piccola bomba relazionale di cui sono venuta a conoscenza recentemente.

La valigia del QE

Se apriamo la valigia del QE vi troviamo dentro:

  1. Umiltà
  2. Empatia
  3. Creatività
  4. Flessibilità e resilienza
  5. Autogestione emotiva

1. Umiltà

L’umiltà è una qualità strana. Una virtù spesso usata per ristrutturare altri sostantivi astratti. Umiltà era sinonimo di povertà quando si voleva parlare di qualcuno che era onesto, lavorava sodo e apparteneva alla classe povera. Persona rispettata dalla comunità, magari aveva poca scolarizzazione ma era onesta, e quindi era descritta come “umile”. Una persona modesta nella conoscenza e nei mezzi. Una brava persona ma…

Ebbene, l’umiltà è altro. L’umiltà è una virtù riconosciuta in chi si pone con atteggiamento aperto, curioso, riconoscendo i propri limiti se è il caso, senza vergogna né menzogna. L’uomo umile, la donna umile, il dirigente o la leader umile (humble leader) è una persona non orgogliosa di sé – ma soddisfatta di ciò che fa – non si vanta, non è superba, agisce e lascia che i fatti parlino per sé.

Una persona umile, un amico umile, uno studente umile, è una di quelle persone che sa cosa sa e sa anche che non sa, perciò è inutile vantarsi. All’opposto, gli arroganti nascondono spesso, dietro il polverone, l’ignoranza di non sapere, e nemmeno dove finiscano i proprio limiti.

Mi spiego meglio, pensa a un prof. che ti piace e uno che “ti piace meno”. Se poni loro una domanda difficile riguardante la loro materia, e non sanno darti la risposta giusta sul momento, immagina come te lo direbbero.

  1. Il prof. che ti piace, probabilmente manterrebbe un atteggiamento onesto e umile. Potrà dirti: «Urca, mi spiace, ora non ricordo. Lasciami il pomeriggio per rivedere bene l’argomento e domani ti dò una risposta».
  2. L’altro potrebbe rispondere in modo sbrigativo, tendente all’arrogante: «Locatelli, se lo cerchi lei su internet e poi me lo racconti domani, così la interrogo.»

In realtà, dentro di lui o lei, il cuore ha iniziato a battere più forte, il respiro si è fatto improvvisamente superficiale, il suo dialogo interiore è andato improvvisamente in black out, fermo alla domanda: cos’è che ha chiesto Locatelli? E la sua risposta primitiva, da cervello limbico, NON abituato a gestire con empatia e umiltà tali situazioni, ha scelto “fight” nel testa o croce primitivo del “fight or flight”.

Ecco, chi riconosce ed è anche pronto ad ammettere i propri limiti è una persona umile.

Ciò non significa che chi non riconosce i propri limiti sia un arrogante. Potrebbe significare anche che è un sognatore, un po’ come me quando sogno e spero. Cosa accade allora, in questo caso, al primo pesce in faccia? Be’, si impara la lezione e si risistemano i parametri di auto-giudizio.

2. Empatia

Easy now, isn’t it? Facile ora, no? Let’s move on. Passiamo oltre.

3. Creatività

Uno studio del World Economic Forum ha risposto alla seguente domanda: “Quali saranno le caratteristiche del candidato ideale nel mondo del lavoro per i prossimi anni?” La creatività è al primo posto. Ma creativi lo si è o lo si diventa? A mio modesto parere, creativi si diventa. La mia risposta è sempre il mio amato evergreen: ponendosi domande, in particolare domande utili.

Nel suo libro da me in precedenza citato, What I wish I know when I was 20, Tina Seelig racconta di come stimola i suoi studenti con sfide super creative. Il primo capitolo si intitola “Buy one, Get two free”, comprane uno e ricevine due in omaggio! Non male come incipit no?

E Tina Seelig apre il capitolo con una domanda, che qui traduco direttamente in italiano per comodità: «Cosa faresti per guadagnare soldi se tutto ciò che avessi fossero 5 dollari e due ore di tempo?»

Qual è la prima reazione?

La mia è di vuoto. Poi la mente scatta a destra e a sinistra per pensare. Mi chiedo cosa so fare, come posso aiutare, cosa potrei scambiare, comprare, vendere…

Ecco le migliori risposte riportate dalla Seelig. Si tratta di un compito che lei dà ai suoi studenti appena giunti al suo corso alla Stanford d.school, la scuola diretta e ideata da Bernard Roth, di cui ti parlo poco più in là. Gli studenti potevano pensarci su, discuterne in gruppi ma, appena aprivano la busta consegnata loro e contenente i cinque dollari, avevano solo due ore per terminare il lavoro.

Le prime risposte, discutendone in aula, furono: vado a Las Vegas, compro un biglietto della lotteria. Poi arrivavano suggerimenti quali: vendere limonata per le strade e con i cinque dollari comprare i limoni. Oppure, nella stessa logica, comprare una spugna e del sapone per offrire di lavare automobili.

Poi però, racconta la Seelig, molti gruppi trovarono risposte molto più creative. Il gruppo che vinse la competizione non utilizzò nemmeno i 5 dollari. Si resero conto che focalizzarsi sui soldi limitava la loro creatività. Riformularono dunque la domanda così: come possiamo fare soldi partendo dal niente?

Si costrinsero così a sondare le proprie abilità, analizzare gli specifici talenti e sprigionare la propria creatività per trovare problemi da risolvere attorno a loro. Problemi che avevano sicuramente già notato senza però porsi domande per come risolverli. Così facendo il team vincente riportò in classe seicento dollari, con un ritorno sull’investimento pazzesco.

Cosa fecero? Offrirono un servizio! Aprirono la busta un sabato sera e si offrirono di mettersi in coda per accedere ai ristoranti più frequentati. A quanto pare era un problema ricorrente e fastidioso. I ragazzi sapevano che delle file d’ingresso si sarebbero formate e così iniziarono a mettersi in coda. Alcuni clienti che arrivavano per cenare erano ben lieti di pagare 20 dollari agli studenti per appropriarsi del posto in coda ed evitare la fila.

Nel breve lasso di tempo, i ragazzi riuscirono anche ad affinare la strategia: notando che le ragazze riuscivano meglio a vendere le prenotazione sul posto, i ragazzi si dedicavano ad andare in giro per la città raccogliendo prenotazioni. Hanno anche notato che “vendere il posto” funzionava meglio in code dove il ristorante dava un ticket o pager (cercapersone) per segnare il proprio numero. Lo scambio tra denaro e l’oggetto in sé era meglio accolto dal cliente piuttosto che la verbale promessa di attendere al posto loro.

Nel suo altro libro Creativity Rules: Get ideas out of your head and into the world, Tina Seeling esordisce con una facile sequenza da tenere a mente:

l’immaginazione porta alla creatività, la creatività conduce all’innovazione, l’innovazione porta all’imprenditorialità.

Non fa una piega!

Cosa ne dici? Adattabile nella vita di tutti i giorni, come nel percorso universitario e sul lavoro. L’immaginazione è ciò con cui giochiamo e può anche azzardare idee che non verranno mai realizzate. La creatività è l’applicazione di ciò che l’immaginazione ha partorito e che può risolvere una sfida. L’innovazione è la creatività che diventa qualcosa di concreto da applicare al mondo. L’imprenditorialità è la distribuzione dell’innovazione a beneficio proprio e di tutti.

Provaci tu. Segui queste domande: quali sono le tue abilità e i tuoi talenti? Esistono problemi attorno a te che potrebbero essere gestiti con nuovi approcci grazie a te, a tue abilità e talenti?

Quando hai trovato almeno una risposta, prosegui: come potresti immaginare di risolvere quel problema? Cosa, tra ciò che hai immaginato, è creativo e realizzabile? Come potresti iniziare? Come potresti aggiustare il processo in corso d’opera?

Il pensiero creativo non si applica solamente sul lavoro, ma anche per organizzarsi una vacanza, un processo di studio, la conquista di una ragazza o di un ragazzo…

Ti avevo anticipato che ti avrei parlato anche di Bernard Roth, vero? Eccomi qui a farlo. Bernard Roth è uno dei fondatori della d.school in cui insegna anche la Seelig. D sta per “design thinking”, cioè quell’insieme di pratiche utili da pensare per risolvere le sfide come i designer di successo. Cioè? Usando una diversa forma mentale e un approccio diverso rispetto a quello di tutti gli altri.

Prendi gli agricoltori italiani all’avanguardia nel mondo oggi perché coltivano grano antico, con glutine meno denso (e quindi più digeribile), senza usare il glifosato (il pesticida più in uso oggi e in processo per essere definito cancerogeno) e quindi in modo assolutamente ecologico. Agricoltori coraggiosi che sfruttano il pensiero creativo per non farsi inghiottire dal sistema in atto dal dopoguerra (sistema che sfrutta il terreno fino a impoverirlo e che inquina la nostra flora batterica con glutine più “colloso” e pesticidi di contorno). Questi agricoltori sono i miei super eroi: persone che sono ritornate alla terra, perché amano la terra, e noi.

La creatività è riconosciuta da tutti come un elemento necessario da risvegliare in noi per il presente e il futuro. Un futuro migliore naturalmente.

Ma il mondo del lavoro la pensa sempre così?

Ahimè, non credo. Ricordiamoci che le altre generazioni non erano abituate come te a coltivare l’intelligenza emotiva. Non se ne parlava proprio. Esisteva, certo, ma per esperienza più che per auto-educazione. Molti miei coetanei lavorano “solo” per provvedere al sostentamento della famiglia. Intento nobile, certo. Ma sufficiente quando si è costretti ad abbracciare i valori di un’azienda in cui si presta servizio? Se, come abbiamo già visto a inizio libro, oggi i giovani questionano le aziende sul loro coinvolgimento nel mondo, un passo avanti è già in atto. E le aziende? Le società a cui aderiamo? Le università a cui ci iscriviamo fanno altrettanto?

Non tutti.

Anche le aziende cercano la creatività ma non sempre la vogliono mettere al servizio dell’umanità. Joseph Schumpeter, economista che studiò il capitalismo, lasciò in eredità al mondo la sua definizione distruttrice di creatività con il concetto di “distruzione creativa”. Se la creatività ci può salvare, noi e il mondo, può anche tranquillamente continuare a girarsi in tondo e inventare solo per il gusto di inventare. Cioè, non tanto per risolvere, quanto per accontentare il consumatore. Questa è la creatività di cui dobbiamo diffidare.

Oggi non possiamo permetterci di produrre solo per produrre, né innovare solo per innovare. Oggi dobbiamo contribuire, anche grazie alla creatività e all’innovazione, in funzione del bene nostro e del mondo.

Come vedi questo è un argomento a me molto caro e, se ne avremo l’occasione, ne parleremo insieme da qualche parte, virtualmente sui social o dal vivo. Ne sarei lieta.

Essere creativi presuppone anche essere curiosi e coltivare il pensiero laterale.

Cos’è il pensiero laterale?

Edward De Bono, che potresti conoscere per il suo libro Sei cappelli per pensare, ha coniato il termine “pensiero laterale”. Si tratta di quella modalità di pensiero che guarda alle situazioni (in genere quelle da risolvere) da angolazioni non convenzionali. Diversamente da quanto ci si aspetta, cioè prendere di petto il problema, il pensiero laterale propone di indagare punti di vista differenti, soluzioni alternative, visioni nuove e poi, solo poi, scavare a fondo con il vertical thinking e risolvere il problema.

Per De Bono il pensiero laterale è applicazione della creatività. Stai percorrendo un sentiero in un prato. Davanti a te lungo il sentiero c’è una porta. Provi ad aprirla ma è chiusa. Che fai? Aspetti che ti diano le chiavi? La scavalchi? O la aggiri? E così, tutti i “giochini” che puoi trovare online per stimolare il pensiero laterale ti potrebbero far innervosire, li potresti considerare sciocchi (o almeno questa è la mia prima reazione) ma poi potresti scoprirti a fare domande “diverse”… laterali appunto. Sperimentati se vuoi.

4. Flessibilità e resilienza

Chi è flessibile si piega ma… lo sai. Chi è resiliente si piega ma non… sai anche questa.

Cosa significa essere flessibili? Avere una mentalità flessibile? O anche essere resilienti e avere un atteggiamento resiliente?

Una mentalità flessibile è aperta ad altri punti di vista, ammette di non aver subito pronte le risposte, quelle giuste, e sa che l’unica costante nella nostra esistenza è il cambiamento. Essere resilienti significa farsi deformare e poi tornare alla propria forma originaria. Proprietà di metalli o materiali come la gomma, è traslata alla nostra capacità di affrontare le avversità: la resilienza per noi è la capacità di ripresa e recupero.

Non sembra anche a te che queste componenti della valigia del tuo QE siano perfettamente compatibili tra esse? Il pensiero laterale e il problem solving si interconnettono con la flessibilità e la resilienza, così come una buona abilità relazionale (che prima ho chiamato “fair play relazionale”) è utile per rialzarsi e adottare punti di vista altrui. Così come essere empatici facilita la comunicazione, comprensione, interrelazione, crescita…

5. Autogestione emotiva

Per autogestione emotiva possiamo riprendere le pagine in cui ti parlavo di quei 768 minuti di gestione emotiva al giorno. Di quella “indipendenza emotiva” da situazioni o persone al giorno. No, non è isolarsi, è selezionare. Non è negare le proprie emozioni è accoglierle, osservarle, liberarsene NEL migliore dei modi (cioè col migliore dei mezzi) e poi voltare lo sguardo altrove. 192 minuti di concessioni emotive e poi sposto l’attenzione.

Avere 192 minuti di sfoghi emotivi non significa però che li si debba riversare su altri. Rispetto reciproco prima di tutto. Se qualcuno ci fa un torto glielo diciamo, con fermezza E senza urlare. Formulando frasi brevi e – possibilmente – espresse in positivo. Se noi facciamo un torto a qualcuno – be’ – vediamolo con questo esempio che tengo in serbo dall’inizio del capitolo…

Fair play relazionale

Sin da piccoli i grandi ci chiedono «Qual è la parolina magica?», aspettandoci che i bimbi riformulino la loro richiesta con in coda un bel “per favore”. E funziona. Non perché il bambino capisca i vantaggi della correttezza tra le persone, certo, lei o lui ha solo capito che ci vuole una parola “magica” per ottenere ciò che si vuole.

Poi alle elementari ci fanno disegnare i cartelloni delle parole cortesi, o magiche, o speciali. E sono: Per favore, Grazie, Scusa. Ecco che ci avviciniamo al nostro prontuario di frasi evergreen da usare sempre, all’occorrenza e non cantilenando, quando sbagliamo o quando uno scambio di idee rischia di diventare irritante.

Gli evergreen da avere sempre a portata di lingua sono:

  • Grazie
  • Scusa
  • Mi dispiace
  • Ho sbagliato
  • Per favore
  • Hai ragione

Ora vediamo cosa possiamo far seguire a questi utili strumenti di ingresso e QUANDO usarli.

La 5° G

Eccoci alla bomba relazionale di cui ti avevo accennato. Storia vera, nomi inventati, come al solito. Ronda, Marti e Genge sono tre amiche, in classe e fuori. Si trovano bene tra loro, escono insieme ogni tanto e si supportano nello studio. Un giorno in classe iniziano innocentemente a scambiarsi un bigliettino pergamena su cui scrivono osservazioni e battute su ciò che sta accadendo. Marti commenta le scarpe della prof., Genge disegna una faccina, Ronda scrive “T.G. Che sforzo!”

Ronda sta commentando il fatto che T.G., solo perché è un tipo che si arrabbia all’improvviso e crea sempre disordini in classe, i prof. gli facilitano sempre i compiti. Questa volta sta recuperando una verifica e sta praticamente copiando sotto il naso della prof.

Finisce la lezione e, nel frattempo il bigliettino ha girato per Genge che ha disegnato un'altra faccina e poi è passato nelle mani di Lilla, un’altra amica curiosa di vedere cosa si scrivessero le compagne. Solo che poi Lilla cerca di lanciarlo di ritorno a Ronda. Ma il bigliettino viene intercettato da T.G. che, consegnata la verifica, già si agitava in classe.

T.G. la legge.

Si arrabbia.

Di brutto.

All’inizio perché aveva letto “che str**zo” al posto di “che sforzo”, è quindi partito nel suo trip mentale, ha individuato Genge come colpevole e l’ha insultata a parolacce nell’intervallo.

Genge ha tentato di difendersi, Lilla di difenderla, Marti si era assentata emotivamente e subiva la situazione senza difendersi né veramente subire l’ira di T.G. L’unica che avrebbe potuto parlare, dire che la frase era sua, era Ronda. Muta. Scioccata. “Fluttuava” sulla scena senza respirare e la guardava dicendo a sé stessa: «Non sta capitando a me», «Non sta capitando a me».

Il resto della mattinata si è svolto con Genge e Marti che si schierarono contro Ronda. Lei che si sentiva una cacca e non alzava gli occhi dal banco. T.G. uscito di testa e, per la giornata, irrecuperabile. Lilla che non ha capito la gravità del suo azzardo.

A casa

A casa Ronda scoppia in lacrime per il nervoso. Si chiede perché non ha detto la verità. Si insulta perché non ha avuto la forza di dire che la frase era sua. Fortunatamente in casa c’era sua madre che, dolcemente, le chiese cosa fosse successo.

Ronda ha un buon rapporto con sua madre, le racconta il fatto. La soluzione è una sola: bisogna dire a T.G. che la frase era di Ronda. Sì, ma come? E se poi sbotta come il suo solito? E per Genge e Marti, come farsi perdonare? Un’amicizia di anni finita in un attimo per una cavolata immensa??? pensa Ronda.

Così decide di scrivere a T.G. su Whatsapp: “T.G. ci sei? Ti vorrei parlare.” Poi scrive a Genge e a Marti, singolarmente: “Scusami per oggi. Ho sbagliato. Mi sono bloccata. Ora gli sto scrivendo per dirgli che la frase era mia. Risolvo, e scusami ancora.”

T.G. però non risponde. A volte, quando va a casa e sua madre lo vede con la luna storta, dà subito per scontato che sia colpa sua e, non sapendo come aiutarlo, lo punisce (alla sua età!). Gli toglie il cell e non lo fa uscire il pomeriggio. Sua madre è totalmente persa, non sa più cosa fare e spera che un giorno T.G. metta la testa a posto. O magari si cerchi un lavoro.

T.G. non risponde.

Ronda chatta con Genge e fanno pace. Anche Genge ha provato a contattare T.G. invano.

Ronda è nei guai. Dovrà dirglielo dal vivo domani e così si prepara con sua madre la scena. Anzi, LE possibili scene: se T.G. sbrocca, se T.G. le chiede il perché l’abbia fatto, se T.G. si mostra ferito.

«Ciao T.G. ti vorrei parlare (benché non sia un “dovere”, “devo parlarti” potrebbe andare come alternativa se risulta più spontaneo e colloquiale da dire). Ieri quella frase rivolta a te era mia (Ronda non ripete la frase per evitare che T.G. ripeschi dentro di sé l’ira del giorno prima). Mi dispiace, ho sbagliato, non avrei dovuto. [pausa] Mi spiace ancora.»

Ecco che gli evergreen servono sempre. Giustificarsi in questo caso sarebbe inutile e rischierebbe di dilungare la conversazione, riaprire la piaga e far arrabbiare T.G. Solo in caso lui le chieda il perché ha scritto “T.G. Che sforzo”, lei potrebbe giustificarsi dicendo che sa che lui è un tipo sveglio e vederlo copiare le dispiace perché è certa che lui possa essere più creativo. (Anche qui, è rischioso, perché se Ronda usasse “intelligente” al posto di “creativo”, T.G. potrebbe ribattere che lui non è stupido e ripartire su trip rabbiosi).

Il giorno dopo

La storia finisce meglio di quanto Ronda non si fosse aspettata. La mattina dopo, Genge è amica come prima, Marti è ancora con la testa virtualmente sul cuscino e deve ingranare prima di interagire con le altre. Prima di sedersi al banco, Ronda va da T.G. e gli chiede scusa, come ha preparato, perché quelle parole erano sue.

E sai cosa fece T.G.? Nulla. Non rispose nemmeno. Cambiò interesse. Chiese chi avesse visto un programma in Tv la sera prima, così, al vento, in classe. Non degnò Ronda di alcuna risposta o considerazione, ma – per fortuna – nemmeno di uno sfogo con tanto di insulti.

È andata bene. Ronda è stata onesta e ha parlato in modo breve, sviando parole emotivamente difficili o giustificazioni che potevano riaprire ferite inutili. La preparazione sugli evergreen è servita.

Citazione: Gestione emotiva, creatività, empatia, flessibilità e resilienza, umiltà: la valigia per il futuro

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