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Capitolo 2.1

Il social recruiting nella vita di tutti i giorni

5 min

Nel loro libro Digital recruiter, Anna Martini e Silvia Zanella sono schiette e oneste. Le tendenze oggi, ci dicono, sono due:

1) È finita l’epoca del posto fisso (a proposito, lo hai visto il meraviglioso film di Checco Zalone Quo vado? Presenta esattamente certe resistenze alle realtà di oggi. Te lo consiglio) e

2) I candidati sono sempre meno interessati al ruolo in sé e più alla mission e vision dell’azienda. Moltissimi giovani nei colloqui oggi chiedono all’azienda quale sia l’impegno dell’organizzazione verso il mondo, verso il rispetto delle persone, delle diversità etc. Chiedono dove l’azienda vuole andare e come vuole crescere. Non male, vero?

Le due autrici lo chiamano il brand purpose dell’azienda, cioè la promessa che l’azienda fa al mondo attorno a sé: è etico? È solidale? È rispettoso? Per questo i candidati ideali di oggi e domani si preparano a essere buoni problem solver, flessibili nel cambio di ruoli e ad adattarsi a dinamiche di mercano in continua evoluzione.

Nel suo mini eBook Stai calmo e supera il colloquio di lavoro, Paolo Borzacchiello, aiuta il candidato a prepararsi sull’azienda, la dirigenza, la loro mission e vision, tutte indicazioni spesso reperibili sul sito, pagina LinkedIn aziendale, dei dipendenti e sui social per alcune.

E allora mi chiederai:

«Quindi, Debora, in che senso il social recruting è affare di tutti i giorni?»

Perché per “prepararsi” oggi si fa social recruiting in tutto, o si dovrebbe. Cerchi un’università? Ti sarai fatta/o un giro sul sito sicuramente. E poi avrai visitato i canali ufficiali sui social e poi quelli tenuti da gruppi indipendenti di studenti che postano foto di ambienti universitari, momenti, socialità, eventi organizzati tra loro. Cerchi un impiego, farai lo stesso, giusto? Io cerco sito, social e recensioni online anche quando voglio cambiare parrucchiere o dentista. Non che l’assenza di un sito pregiudichi la mia scelta, ma ha comunque un suo peso sulla bilancia. E tu?

Anna Martini e Silvia Zanella nel loro libro citato poc'anzi dicono che i Millennials, quelli della generazione prima di te, cambieranno posizione lavorativa dalle 15 alle 20 volte. Tu che sei parte della Generazione Z, who knows? Chissà?

Chissà quali libertà avrai? Quali valori pretenderai? Quale senso del divertimento e appagamento cercherai in tutto ciò in cui ti impegnerai?

Chi e cosa, generation box

Come nei box di approfondimento dei manuali scolastici, fermiamoci un attimo per distinguere le varie generazioni dai nonni a te, dai Baby Boomers alla Z in pratica, tra conquiste e paure generazionali.

I Baby Boomers, in pratica i miei genitori, sono nati tra il 1945 e il 1965, sono quelli che hanno lottato, ma nel vero senso della parola, con le rivoluzioni culturali, per i diritti civili, con le manifestazioni pacifiche, i sit in, per libertà di musica, di costume, sessuale, per le donne e per la pace. Ideali per cui ancora oggi noi lottiamo (almeno per mantenerli vivi) e per cui in certi paesi ancora si muore… o si sparisce dall’oggi al domani. Loro avevano paura della povertà, della privazione di cibo e di beni, e da qui il fiorire del consumismo. Avevano paura della guerra fredda e del terrorismo degli anni cosiddetti di piombo.

La Generazione X, cioè io, nati tra il 1965 e il 1980, siamo quelli che hanno visto i frutti delle rivoluzioni precedenti (come la caduta del muro di Berlino nell’’89), quelli che hanno avuto paura dell’AIDS, della guerra fredda e del terrorismo internazionale. Abbiamo vissuto, da giovani adulti, il nostro shock occidentale delle Torri Gemelle e poi il terrorismo fino a pochissimi anni fa con gli attentati in varie città europee. Da quando siamo nati si parla di recessione e, ciononostante, rispetto ai nostri genitori, siamo sempre andati in vacanza e ci compriamo un cellulare, la bici, l’auto e il portatile. Siamo quelli delle contraddizioni, chi pensa solo per sé, chi al mondo, chi non sa usare internet, chi ci vive e lavora, chi è religioso fervente, chi aperto e tollerante. Ci definiscono una generazione di passaggio e forse è vero.

I Millennials, o anche Generazione Y, sono quelli prima di te, quelli nati tra il 1981 e il 1999, li chiamano anche Net Generation. Sono sicuramente più svegli di molti X con la tecnologia e molti di loro hanno perso il treno dell’indipendenza. Alcuni ancora a casa con mamma e papà, non sempre per “colpa” loro o dei genitori che vogliono il meglio per i figli, ma anche perché i Millennials sono anche la sfortunata generazione con stipendi definiti “mille euro”: precari, sottopagati, senza sicurezze. Da un lato ci si potrebbe chiedere perché impegnarsi, dall’altro si respira già aria di cambiamento. Forse si inizia a capire che il profitto non deve essere l’unica spinta sociale, mondiale. Forse esiste altro: l’ambiente, il gruppo, la crescita individuale e collettiva… È duro vivere in un mondo che inevitabilmente resta indietro e voler perseguire i propri ideali.

E poi ci sei tu, la Generazione Z (che tra te, Z, e me, X, sembriamo due serie diverse di Dragon Ball). Alcuni tuoi amici sono – letteralmente – cresciuti con il cellulare in mano… e gli occhiali sul naso molto presto. Ti piace socializzare, e non solo, sembri nata/nato per postare ma anche per fare marketing. Incredibile! Solo che – fortunatamente – il tuo marketing non è quello delle sfiancanti televendite che rimbambiscono per indurre a comprare, né quello alla Mad Men (la serie televisiva) dove se ne fregavano dell’etica: il tuo è un impegno solidale. Tu cerchi la condivisione. C’è chi vi definisce “interconnessi”, che è meglio di interdipendenti. Le tue paure, inculcate sin dalla scuola, sono sull’ambiente e la sopravvivenza del pianeta. Ecco perché vi chiamano anche Generazione Greta, da Greta Thunberg, che proprio al momento in cui scrivo questo libro ha 18 anni e va per i 19.

Conoscere e spaziare tra paure e lotte generazionali ti prepara alle relazioni con gente più grande, in primis per capire, entrare in empatia e poi per colloquiare in modo produttivo. Per chi fa selezione, sul lavoro come nella vita, di colleghi o di amici, il social recruiting è un’operazione oggi utile, se non necessaria. Altro che violazione della privacy, se lo pubblicano lo puoi (e lo devi) studiare. Lo vuoi veramente un ragazzo che posta spesso scene “sconvenienti” sul suo account o che attacca briga? La vuoi veramente una ragazza che critica tutti? Che sparla o fa polemica?

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