Capitolo 7
Chi non vuoi essere
MOLTI autori in molti libri si sono sbizzarriti nel raccontarci chi siamo stati e chi non vogliamo più essere. Facciamo un po’ di pulizia e scartiamo chi NON vogliamo essere.
SCARTIAMO L'AUTORITARIO
Scartiamo a gran forza il genitore “autoritario” e i suoi derivati. Quello che in casa “comando io”, che ha sempre ragione anche se ha palesemente torto, ma non sa ammetterlo. Quello che – diciamocelo – fa il bullo in casa con i propri famigliari (e poi ci si stupisce che alcuni bambini siano bulli a scuola, spesso figli del bullismo o della trascuratezza, della paranoia o della violenza). Il genitore autoritario non punta a sviluppare l’auto-motivazione del figlio ma fa leva sulle punizioni. In questa categoria troviamo anche chi sminuisce e chi denigra pur di mantenere potere e controllo.
Altri invece sono corretti e coerenti ma troppo “stretti”, cioè rigidi in stili di vita impossibili che impongono ai propri figli senza transigere. Le punizioni in casa dell’autoritario rischiano di essere illogiche e esagerate se temono di perdere il controllo. I derivati di questo stile genitoriale sono la “mamma-tigre” di cui parla Amy Chua nel suo omonimo libro: la mamma rigida, così rigida che non transige mai. È lei a scegliere il meglio per le figlie e non si discute… Poi però – racconta nel libro – si beccherà una sonora ribellione adolescenziale e cambierà campana.
Altro aderente alla categoria è il “papà-competitivo” che altri chiamano “papà-manager”, vive per il successo del figlio, che poi è il suo. Vuole una cosa sola, vedere la figlia sul podio o il figlio primo in classifica (piuttosto solo e distrutto emotivamente, ma primo). È quello di cui parla Paolo Giordano nel suo romanzo La solitudine dei numeri primi con la figlia che non vuole gelarsi le membra per andare a sciare in vetta, a cui scappa sempre la pipì e che non riesce a ribellarsi mai al padre, almeno direttamente. Lo farà a suo modo crescendo, in malo modo e controproducente per lei.
C’è poi la versione estremista, il “genitore dittatore”, come dalla simpatica caricatura presentata dal bravo Danny De Vito nel film Matilda sei mitica quando, per tagliar corto una discussione per lui imbarazzante, dice così: «Io sono un genio e tu sei scema, io sono grande e tu sei piccola, io ho ragione e tu hai torto!». È aggressivo perché è ignorante in materia comunicativa e ha paura di perdere il controllo, si vergogna e fa il gradasso… o il bullo?
SCARTIAMO IL PASSIVO
Passiamo a un altro registro, più di moda oggi: il genitore “passivo” e che in psicologia viene definito come permissivo/indulgente. Ne abbiamo già parlato all’inizio perché pare sia uno stile molto adottato oggi. È l’estremizzazione del genitore amorevole. Come dicevamo a inizio libro: abbiamo dubbi, ma anziché usarli per migliorare, c’è chi soccombe e diventa serva, maggiordomo, zerbino, schiavo, taxi, bambagia, albergo, giullare o animatrice.
Appellativi divertenti? Sì, attenzione però che non lo diventino troppo. Tutti noi siamo un po’ genitori taxi oggi, l’importante è esserne consapevoli e – come dicevamo – scegliere di esserlo per un tempo stabilito, con coerenza e consapevolezza. Non possiamo essere queste cose troppo a lungo, rovinandoci il sistema nervoso e facendo sentire in colpa i figli. Tra il farsi accompagnare agli allenamenti tre volte alla settimana e l’avere una mamma serena, i figli vogliono tutti il bene di mamma.
I “passivi” e derivati vogliono essere premurosi e attenti ma esagerano. Vogliono il meglio per i figli ma rischiano di annullarsi perché non sanno riconoscere i giusti limiti. Intendiamoci, gli intenti sono buoni, mancano i modi e i limiti giusti.
In questa categoria di genitore troviamo quel papà o quella mamma che non sa dire di “no”, che si presta a tutto… troppo. Organizza, fa, si rende disponibile fino a esaurimento, e, come l’orsacchiotto che non usa le pile della famosa marca, poi si spegne esausto.
C’è anche il genitore “elicottero”, battezzato così da una ragazza paziente dello psicologo Haim Ginott, perché i suoi genitori (elicotteri appunto) erano sempre lì, a librare sopra di lei, incessantemente e senza sosta; c’è il genitore “iperprotettivo” di cui parla Giorgio Nardone quando denuncia la peculiare situazione italiana dei figli che non se ne vanno perché “ci stanno comodi” tra panni lavati e pasti preparati, tra alloggio gratis e serbatoio della benzina pieno.
C’è poi il genitore “panino” di cui parla la spagnola Eva Millet pensando a quelle mamme che seguono i figli tra i giochi ai giardinetti con la merenda in mano per assicurarsi che i figli mangino (non necessariamente per fame e senza nemmeno fare una pausa, ma distrattamente, tra un’altalena e uno scivolo).
C’è il genitore “zerbino”, detto anche “servo” o “schiavo”, che non fa mai fare nulla ai figli in casa, non allena alla fatica né alla frustrazione. Sempre pronto ad accontentare e mai pronto a dire “no”. Fa danno a sé e grave danno al figlio perché perde piccole occasioni quotidiane per insegnare valori importanti come il rispetto per chi ha appena pulito il pavimento, l’ordine negli ambienti e quindi l’ordine mentale, la disciplina nel portare avanti un impegno preso, la condivisione e la collaborazione tra famigliari, l’apprezzamento di quando i genitori e i fratelli ti guardano con rispetto e ti dicono “grazie”, “brava”, “bravo”…
Includiamo anche la mamma “taxi”, quella che prima accompagna i figli a calcio, danza, karate, flauto, piano, yoga e ripetizioni e poi torna a casa e cucina, stira, piega, lava, pulisce… L’abbiamo detto, lo siamo tutti un po’ taxi oggi, facciamolo nei giusti limiti, per noi e per l’educazione che vogliamo trasmettere. C’è il papà “giullare” che non si prende un vero impegno genitoriale, ma gioca. Lui gioca, fa la lotta o il solletico e se c’è da preparare i compiti o firmare un foglio di scuola non ne sa nulla e non si azzarda. Ha difficoltà a esigere rispetto perché è scivolato troppo nel ruolo del pari e quindi che fa? Urla e punisce per ricordare e ricordarsi di essere il padre (un po’ come papà Alby all’inizio, ricordi?). Non dimentichiamo poi lei, la mamma “animatrice”, quella che piuttosto si annulla ma che deve organizzare la felicità dei figli: tra ritrovi con amici, eventi magici, week-end in parchi estenuanti e incontri giocosi dallo psicologo perché… non si sa mai.
SCARTIAMO QUELLO ASSENTE EMOTIVAMENTE
Lo so, la lettura di questi stili ti sfinisce. Ci siamo quasi. Parliamo dell’ultima grande categoria genitoriale, il genitore “trascurante/rifiutante”. Così chiamato in psicologia, racchiude in sé molti limiti tra loro diversi: tra quei genitori che pensano di aver assolto il proprio compito “mettendoli al mondo”, quelli che parcheggiano di continuo i figli altrove senza alcun senso di colpa, quelli che non danno regole ma spesso danno tutto… così i figli si occupano da soli. Quelli che spingono troppo presto all’autonomia e all’indipendenza e poi si ritrovano con figli che guardano IT da soli a otto anni e poi hanno incubi.
Ho visto mamme che rifiutano di vedere l’evidenza, la maleducazione (o assenza di educazione) dei figli; mamme che, se la maestra racconta della maleducazione della figlia a scuola, non ci crede e dà la colpa alle insegnanti, alla scuola, al sistema… ai compagni. Diciamocelo, questo tipo di genitore raramente prenderebbe in mano un libro per migliorare il proprio stile genitoriale, non si pone domande e continua così. In questa categoria includerei quella mamma che mette il Like alla foto “lingua in bocca” esibita su Instagram dalla figlia preadolecente. Includerei anche quei genitori chiamati sharents perché condividono tutto dei propri figli, incuranti della loro privacy né di insegnare il senso della privacy o del pudore, li spiattellano sui social: da piccoli mentre fanno il bagnetto o la cacca sul vasino e da grandi quando vincono in gara, perdono in gara, a carnevale, ad Halloween, alla festa della nonna, con la fidanzatina, con i primi peli della barba, addormentati sul divano dopo la prima sbronza estiva… Genitori non sempre assenti fisicamente, ma sicuramente assenti emotivamente.
ESERCIZIO N°10
E ora, svuotiamoci la mente. Tira con me un sospiro di sollievo e facciamo un piccolo esercizio tra domande guida e visualizzazioni di allontanamento. Cosa facEVI tu di quanto detto sopra? Qualcosa che era troppo a volte? Che non vuoi più replicare? Bene. Immagina quelle situazioni, lontane, sgranate, sbiadite, sfuocate… Ti ho già chiesto di fare una cosa simile prima. Interrompi i filmati inserendo prima dello stile da scartare l’assordante rumore di una sirena da stadio o simile, così che il tuo ippocampo (quella parte nel cervello limbico che aiuta la catalogazione di eventi) capisca che non vuoi più fare così.