Capitolo 18
Influenzare con l’esempio
L'ESEMPIO è uno strumento potentissimo di guida e influenza. Con l’esempio possiamo mostrare a nostro figlio come ci parliamo di fronte a una difficoltà sul lavoro, mostrare a nostra figlia come ci relazioniamo con le maestre. Il nostro esempio è un insegnamento ancora più evidente e diretto, potente e coerente di qualsiasi indicazione verbale. «Lo faccio perché lo vedo in mamma e papà e non perché loro mi hanno detto di farlo» e anche «Lo faccio perché lo vedo, lo respiro in casa, lo osservo consciamente e inconsciamente»: ecco cosa accade nei nostri figli.
IL GIUSTO MINDSET
Mostriamo ai nostri figli cosa significhi avere il giusto mindset per affrontare la vita. La parola “mindset” si traduce in italiano come “set mentale” o meglio “atteggiamento” nei confronti della vita. Se ne parla veramente tanto in questo periodo, grazie anche al libro della psicologa Carol Dweck, intitolato appunto Mindset, che distingue mentalità fissa da mentalità flessibile e ci spiega come coltivare quella utile (e necessaria) alla vita.
Paradossalmente, ci ricorda la Dweck nel suo libro, i bambini a cui è stato detto di continuo che sono intelligenti tendono a crescere con una mentalità fissa perché non si stimolano a crescere o a mettersi in gioco. Invece i bambini con una mentalità di crescita tendono a sfidarsi, mettersi in gioco e interessarsi all’apprendimento.
Lodare il bambino non ha una sua utilità né per costruire un mindset flessibile né per coltivare la propria autostima (argomenti strettamente correlati). Invece vedremo che il complimento mirato, che elogia l’impegno e lo sforzo, aiuta meglio a crescere e a rafforzare il valore di sé.
Carol Dweck nel suo libro racconta di scuole prese in esame e sui cui studenti è stato svolto un lavoro d’influenza e coltivazione del growth mindset (atteggiamento di crescita). Scuole di periferia che l’anno prima non erano nemmeno riuscite a raggiungere un punteggio sufficiente per partecipare alle sfide tra istituti scolastici, dopo l’intervento dei ricercatori arrivarono perfino a superare in punteggio le solite scuole nel centro di New York, rinomate per essere frequentate da bambini di famiglie benestanti.
Alvaro Bilbao nel suo libro Il cervello del bambino spiegato ai genitori ci invita espressamente a dare il buon esempio. Stabilisce un paragone con le zebre che imparano a fuggire alla vista del leone: scappano perché lo hanno visto fare ai propri genitori. Bilbao ci ricorda che il cervello umano dispone di un circuito di neuroni preposto ad apprendere tramite osservazione: i neuroni specchio. Noi possiamo sfruttare questa opportunità a nostro vantaggio, senza aspettarci la perfezione, possiamo mostrare ai nostri figli la migliore versione di noi stessi.
TUTTO SI PUÒ INSEGNARE TRAMITE L'ESEMPIO:
- L’empatia – possiamo dimostrarci vicini a qualcuno perché “capiamo” mettendoci nei suoi panni, anche se non ne condividiamo le scelte o le opinioni. Daniel Siegel, professore di psicologia, ce lo ricorda in una sua citazione: «L’empatia non è un lusso per gli esseri umani, è una necessità. Non sopravviviamo perché abbiamo gli artigli o perché abbiamo delle grosse zanne. Sopravviviamo perché siamo in grado di comunicare e di collaborare». Perché a diciotto mesi i bambini cercano già di aiutare (mamma che passa la scopa, papà che mette i panni in lavatrice…)? Perché l’empatia è parte di noi e della nostra evoluzione. Coltiviamola in loro.
- Le regole – prima di essere condivise verbalmente, le regole si trasmettono con l’esempio, costante e coerente. Se dico “no”, lo mantengo. Se riduco l’utilizzo del telefonino, lo motivo e mantengo la decisione. Se consiglio di leggere un libro in un pomeriggio piovoso per svagarsi, mi mostrerò fare altrettanto. Il libro di Giuliana Ukmar, Se mi vuoi bene dimmi di no, ce lo palesa con esempi chiari e semplici: le regole devono essere 1. condivise (almeno tra i genitori), 2. stabili e 3. rispettate.
- La resilienza – qualità di cui si parla molto di recente – in fisica, è la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi (un po’ come un ramo verde che si piega ma non si spezza); in psicologia, la resilienza è la capacità di affrontare le avversità nel modo migliore possibile, significa saper imparare dai fallimenti e rialzarsi comunque e più forti. Un genitore che divorzia, che vive un lutto o perde il lavoro, ha l’occasione di mostrare ai propri figli come poter gestire al meglio la caduta e la rinascita. Il periodo del lockdown dal febbraio 2020 è stato un periodo che ha messo alla prova molti di noi, chi ha sviluppato capacità di resilienza è sopravvissuto meglio di altri.
- L’impegno, la costanza, la coerenza e l’auto-motivazione – si insegnano praticamente solo con l’esempio. Un genitore che mostra di impegnarsi per ottenere ciò che vuole, con onestà e costanza, ha molta più presa di uno che parla parla ma non si impegna mai veramente. Alla “nostra età”, con la stanchezza immagazzinata per anni, con le responsabilità e le preoccupazioni che si accumulano, è comprensibile che non si abbia più voglia di fare ma si preferisca consigliare. È comunque bene ricordare a noi stessi che saranno le nostre azioni a insegnare più delle nostre parole.
- La passione – oggi la nostra preoccupazione non si limita a chiederci se nostro figlio avrà un lavoro, noi vogliamo che si diverta e ami il suo lavoro. La passione è un ingrediente base della vita che sogniamo per i nostri figli. È importante mostrare loro che anche noi perseguiamo le nostre passioni, magari non proprio sul lavoro ma almeno fuori. È importante mostrare loro che sappiamo prenderci cura di noi, dei nostri sogni, delle nostre valvole di sfogo e che non ci accontentiamo solo di vivere o di lamentarci.
L’amica counselor Chiara Viscardi dello Studio Lesmo a Ranica in provincia di Bergamo mi ha parlato di quanto l’esempio sia importante per i ragazzi che segue nel suo sportello di ascolto alle superiori. «È importante trasferire al figlio l’idea che si può sbagliare» sottolinea, mentre la intervisto via Skype. Chiara conosce genitori che si giustificano quando sbagliano, e invece potrebbero semplicemente ammettere la colpa (anche fosse quella di una distrazione o incoerenza dimostrata) e così insegnare ai figli come ci si prende carico della responsabilità di riparare le cose. Ragazzi – mi racconta Viscardi – che non sanno cosa sia la “fatica” perché semplicemente non sono stati abituati ad esercitarla, si aspettano risultati facili a scuola e che tutto sia loro dovuto. Altri che delegano le proprie scelte ai genitori perché temono di sbagliare ai loro occhi (e poi perché – mi fa riflettere – noi genitori di oggi sopportiamo male la frustrazione dei nostri figli, e allora tendiamo a sostituirli appena possiamo). Insomma, un circolo vizioso pericoloso per il loro futuro e per nulla soddisfacente per il presente di entrambi.
Nel suo libro Come trattare gli altri e farseli amici, Dale Carnegie racconta di quando il suo allievo Stan Novak dovette affrontare l’obiezione del figlio minore che non voleva assolutamente andare all’asilo, tanto che una sera si era messo a prendere a calci la parete del soggiorno. Stan capì che si trattava di paura mascherata dalla rabbia e, anziché spedire il figlio in punizione, lui, la moglie e il fratello maggiore adottarono un’ottima strategia di persuasione muta, con l’esempio. Ignorarono il suo “capriccio” per il momento e si misero tutti e tre a disegnare attorno al tavolo della cucina con tanti pennarelli colorati, ridendo e divertendosi insieme. Il piccolo, incuriosito, naturalmente si placò e si avvicinò, fino a chiedere loro se poteva aggiungersi al gruppo. Ebbene, papà Stan racconta che, con tutta calma, gli rispose: «Eh, no. Prima devi andare all’asilo, dove ti insegnano come si fa». E poi papà Stan lo prese con sé e gli elencò tutte le cose belle che avrebbe fatto e imparato alla scuola materna. La mattina dopo il piccolo Tim era già in piedi, prima di tutti, pronto ad andare alla scuola d’infanzia. L’entusiasmo che il resto della famiglia aveva dimostrato fu la miglior arma di persuasione: il potere del divertimento aveva bypassato qualsiasi paternale, eterna discussione o costrizione.
ESERCIZIO N°18
Rifletti: cosa puoi insegnare con l’esempio? Quali valori puoi trasmettere ai tuoi figli senza parlare ma mostrando loro come fare, o essere, e come ci si sente? Pensaci oggi e nei prossimi giorni. Il percorso migliore per rispondere alle domande in questo libro è quello dell’auto-osservazione (consapevolezza di cosa si fa e cosa si potrebbe fare) per poi programmare nuove azioni volte al perseguimento di queste piccole e grandi sfide che man mano ti avvicineranno al genitore di domani che costruivi nelle prime due parti del libro.
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