Capitolo 20
Influenzare con la presenza
SÌ, intendo proprio lo stare fisicamente presenti – anche in silenzio – accanto ai propri figli. Siamo presenti mentre sorridiamo e poi continuiamo a bere un tè o a leggere il nostro libro. Siamo presenti accanto a loro mentre facciamo meditazione e loro ci osservano incuriositi. Ricordi che abbiamo anche parlato dell’influenza della coerenza del cuore?1 Essere presenti, influenzare con l’esempio e in un ambiente propizio – come abbiamo visto già – vale molto di più di mille parole.
Essere presenti ci dà l’opportunità di accogliere tutto di loro, e ciò significa accettare e condividere.
LA SEMPLICE PRESENZA CI PERMETTE DI CREARE CONTATTO FISICO
L’amica educatrice Nan Coosemans, nel suo libro Quello che i ragazzi non dicono, ci ricorda che il genitore che sminuisce, che urla di continuo e nega il contatto fisico, abusa emotivamente dei propri figli. Lei propone un lavoro a monte: il genitore che agisce in tal modo deve innanzitutto risolvere i propri problemi, prendendosi cura di sé emotivamente, e solo così il rapporto emotivo con i figli migliorerà notevolmente. Io convengo con il suo invito, ecco perché la prima parte di questo libro è stata dedicata a noi prima dell’influenza su di loro.
Steve Biddulph ne parla approfonditamente nel suo libro Il segreto dei bambini felici, secondo lui i bambini desiderano poche ma fondamentali cose da noi genitori:
- Un contatto fisico frequente;
- Un contatto visivo, con l’aggiunta di sorrisi;
- Gesti gentili;
- L’ascolto di suoni gradevoli nella voce, nel cantare, nel conversare.
Altro che una cartella nuova quando l’altra è ancora intatta o il monopattino elettrico (per girare in cortile!). I bambini desiderano essere coinvolti, ascoltati mentre esprimono il loro pensiero e poi “ammirati” per ciò che fanno di buono. Secondo Biddulph, i bambini combinano guai perché sono annoiati o si sentono indesiderati in quel momento, perché non vogliono essere ignorati a lungo e vogliono essere… accolti.
La psicologa e psicoterapeuta Eleonora Sala, che ho intervistato dallo Studio Lesmo a proposito dell’importanza della presenza del genitore per i figli, mi ha suggerito una vera e propria lezione:
È importante che i ragazzi sentano che sopra ogni cosa noi siamo interessati a loro, a conoscere il loro mondo, prima ancora di dire se è giusto o sbagliato ciò che stanno facendo.
A volte, anche di fronte alle loro proteste o oppositività, ci ricorda che
è proprio in quei momenti che però non dobbiamo mollare e, nonostante le nostre comprensibili preoccupazioni, cercare di porci sempre come qualcuno che è lì “per loro” e non a dire loro come dovrebbero fare ed essere.
Questa è presenza.
LA PRESENZA CI DÀ L'OPPORTUNITÀ DI ASCOLTARLI ATTIVAMENTE
Ci permette di dare loro la possibilità di condividere e di essere ascoltati e per questo rispettati da noi. Sempre la psicoterapeuta Eleonora Sala mi ha dato un ottimo consiglio:
È assolutamente prezioso il fatto che i ragazzi imparino in famiglia a parlare di come si sentono e ad esprimere il proprio punto di vista e le proprie ragioni, perché il fatto di poter esprimere i propri vissuti, libera dai macigni emotivi che a volte ci portiamo dentro e che influiscono negativamente sulla nostra vita e sulle nostre scelte. L’opportunità di parlarne, generalmente, consente di evitare di far agire impulsivamente i propri stati emotivi con il rischio poi, quasi sempre, di pentirsene.
E ancora:
Lasciare liberi i ragazzi di esprimersi e di vivere appieno la loro giovane età non significa lasciarli soli, totalmente in balia esclusivamente dei loro bisogni e dei loro criteri, spesso ancora parziali o immaturi.
Nel suo libro (ormai fuori catalogo) Educational psychology, il dottor Arthur I. Gates diceva che «tutto il genere umano anela essere capito, compreso.» Come l’adulto parla dei propri problemucci per “venire compassionato” – diceva – così anche il bambino vuole la nostra attenzione e il nostro ascolto attivo quando ci racconta un evento a scuola. Ci mostra una sbucciatura e ci racconta come è andata, tutto per destare simpatia nel grande che lo ascolta.
LA PRESENZA CI PERMETTE DI MOSTRARE LORO COME SI ACCETTANO LE EMOZIONI
Far arrivare il messaggio che non c’è mai nulla da vergognarsi e che tutte le emozioni hanno una loro utilità. Lo psicologo Haim Ginott, da cui praticamente partì tutto ciò che si insegna oggi nei Parenting Method, e che tra gli anni Cinquanta e Sessanta scrisse diversi libri come Between Parent and Child, spiegò a diverse migliaia di esperti pediatri e psicologi che insegnare ai figli come esprimere le proprie emozioni è una delle priorità per noi genitori. Molto più importante del saper legger l’ora sull’orologio analogico o del saper recitare a menadito le tabelline, Ginott lo dice nero su bianco: i genitori dovrebbero certo porre dei limiti agli atti dei figli, ma mai alle loro emozioni e ai loro desideri.
Anche John Gottman in Intelligenza emotiva per un figlio ci parla dell’importanza dell’apprendere come accogliere e veicolare le emozioni. Secondo lui esistono due tipi di genitori, molto categoricamente, li divide in:
- Quelli che rappresentano per i figli una guida nel mondo delle emozioni;
- I genitori che non svolgono questo ruolo.
Punto.
I primi non si oppongono alla collera in sé, né negano la tristezza o nascondono la paura. Al contrario, la accettano come un fatto e colgono l’opportunità per impartire ai figli lezioni di vita utili. Gottman chiama questi genitori i genitori-allenatori. Tieni a mente anche questa definizione di Gottman per continuare a costruire la miglior versione del genitore che sei in progress verso il tuo domani.
Mai sminuire i sentimenti dei nostri figli, ci dicono anche Adele Faber e Elaine Mazlish nel loro libro più famoso Come parlare perché i bambini ti ascoltino e come ascoltare perché ti parlino. Gli autori ci ripetono che è importantissimo fare quello che abbiamo fatto con lo scambio di ruolo nell’esercizio del “Gigante competente”: cioè che “mettersi nei panni degli altri” e guardare il mondo attraverso il loro punto di vista, ci permette di rispettare le emozioni che stanno provando in quel momento.
Se dunque prima rischiavamo di sottovalutare tantissime emozioni, considerate dall’alto della nostra “importanza”, abbassandoci (letteralmente) al livello dei nostri figli scopriremmo che tutto è grande per loro: gli adulti e gli oggetti certo, ma anche le emozioni, le relazioni, le usanze… tutto. Possiamo capire che si risentano se li imbarazziamo davanti agli amici, possiamo capire la tristezza se litigano con un compagno, la rabbia se non riescono a mettere in ordine dei fogli o a finire un puzzle. Possiamo capire la frustrazione di leggere ancora lentamente, il fastidio di sopportare un fratellino che “ruba” l’attenzione di mamma o una sorellona che fa sempre scherzi. Possiamo capire perché dice che “detesta la scuola”: in realtà non la detesta veramente, forse la detesta solo oggi perché ha fatto una brutta figura.
Essere presenti ci permette di esercitare empatia e accettare comunque. Ci permette di ascoltare attivamente. Ci permette di fare domande e non dare soluzioni.
«I bambini non hanno bisogno che qualcuno provi quello che stanno provando, hanno bisogno che qualcuno riconosca ciò che sentono» dicono Adele Faber e Elaine Mazlish. I nostri figli non vogliono che anche noi proviamo la loro rabbia, o paura, o frustrazione o altro. L’unica cosa che non vogliono è che sia loro negato il diritto di provare ciò che sentono. Negare i sentimenti significa negare sé stessi.
E allora cosa possiamo fare noi, oltre all’accettazione e accoglienza delle emozioni?
Le uniche due cose che possiamo fare sono:
- Insegnare loro come riconoscere le emozioni;
- Insegnare come sfruttarle per ritornare a stare bene.
RICONOSCERE LE EMOZIONI
Nel counselling lo chiamano il “linguaggio esternalizzante” e in Programmazione Neurolinguistica (PNL) si fa attenzione alle submodalità per esprimere le proprie emozioni. Si tratta di due strumenti che hanno lo stesso fine: quello di “aprire” le nominalizzazioni e renderle di chiara comprensione per tutti. Le submodalità sono le caratteristiche di un nome, gli aggettivi o avverbi con cui possiamo descrivere una cosa, situazione, persona, emozione. Una sedia può essere pesante o leggera, rossa o nera, lontana o vicina. Facile no? Ma l’amore cos’è? Non è certo uguale per tutti. Per alcuni è generosità, per altri – all’opposto – è possessione. E cos’è la pace? Per alcuni è silenzio, per altri è un abbraccio.
Ti ricordi quando abbiamo parlato di nominalizzazioni, vero? Sono quelle parole che non possono essere riposte in un carrettino perché astratte. E le cinque emozioni base (sì, quelle del cartone Inside Out ma individuate dallo psicologo Paul Ekman: gioia, tristezza, disgusto, rabbia e paura), sono anch’esse delle nominalizzazioni. Tutti ne parliamo ma nessuno le prova allo stesso modo. Non ci credi? Prova. Mettiti con il tuo partner o un amico e descrivete una tra le cinque emozioni rispondendo alle seguenti domande:
- Di che colore è?
- Che consistenza ha? Solida, liquida o gassosa?
- Dove la senti più forte, nel corpo o attorno a te?
- Si muove? E se sì, come?
- A cosa la paragoneresti? Cioè quale immagine/metafora ti viene in mente descrivendola?
Cosa noti? Avete risposto allo stesso modo? Non credo proprio. Già dal colore probabilmente le vostre risposte differivano. Cosa significa tutto questo? Che anche se entrambi dite che una certa cosa vi procura gioia, non sarà mai la stessa per entrambi: con la stessa durata, intensità, diffusione e associazioni mentali.
L'ESERCIZIO DEL BAMBINO DI 4 ANNI
Hai appena provato su te stessa/o l’esercizio “del Bambino di 4 anni”. È il nome all’esercizio che ho ideato, ispirandomi spudoratamente a un esercizio di PNL inventato da Richard Bandler (Spin-it) e che aiuta le persone a conoscere le proprie emozioni, specificamente i limiti, per poi farli uscire da sé e cambiarli. Richard Bandler, cofondatore della disciplina Programmazione Neurolinguistica (PNL) ci insegna che non si può eliminare un’emozione, la si può solo sostituire.
Come non si può negare un pensiero, non possiamo negare un’emozione.
Nell’esercizio del “Bambino di 4 anni” non ci focalizziamo sul nome ma su come noi “percepiamo quel nome”.
Andiamo più nel concreto. Prendiamo ad esempio Beatrice che ha difficoltà ad addormentarsi. I suoi genitori hanno già appurato che non è perché sia fisicamente poco stanca o – al contrario – abbia superato la soglia della giusta stanchezza e quindi abbia difficoltà a lasciarsi andare nel mondo dei sogni. Lei non riesce bene ad addormentarsi da quando la maestra Caterina è arrivata ad insegnare matematica. Una materia in cui Beatrice prima andava bene, con Caterina ora è difficile. In quarta elementare la maestra crede di spronare riprendendo Bea sugli errori perché vuole che la bambina migliori la sua media in prossimità della fine del quadrimestre. Il problema è che la maestra non vede proprio l’effetto che fa sulla bambina: la intimorisce e la allontana dal successo.
Oltre ad aver perso la passione per la matematica e a studiarla, ora con paura e apprensione, Beatrice ha difficoltà ad addormentarsi quando sa che l’indomani ci sarà matematica e la maestra rischia di interrogare o di fare un compito in classe. Ecco che, oltre a ristrutturare la buona intenzione della maestra (fallita però nel risultato relazionale con Bea), mamma e papà possono aiutare la bambina ad “aprire” la paura e a cambiarla… al di là della matematica, del compito o della maestra Caterina.
Ecco come procedere con Beatrice. In un momento di calma emotiva, quando Beatrice è tranquilla e non è entrata in un suo loop ansioso di preoccupazioni e paure (bada bene che questa premessa di neutralità emotiva giace alla base di un buon esito per l’esercizio, persa la neutralità emotiva, si perde l’efficacia dell’esercizio)2 . Immaginiamo di essere noi i genitori di Bea e chiediamole se ha paura per l’ora di matematica che verrà e, se come immaginiamo, Beatrice lo conferma, procediamo con le domande sul colore, la consistenza, la posizione nel corpo, la diffusione nel resto del corpo e un’eventuale metafora. Così:
- «Ma senti un po’, questa paura, se dovessi descrivermela o se potessi disegnarla, di che colore sarebbe?»
- «Ah, ok. E sapresti dirmi dove questo colore lo senti di più nel corpo? E si muove? Ma com’è per te: duro, pesante, scorre liquido o è leggero? Com’è?» Lascia tempo alla bambina per individuare le sue risposte.
- «E per farmi capire ancora meglio, avresti in mente un oggetto o qualcosa che potrebbe essere come quella paura di cui mi parlavi?»
- «Ok, ho capito, grazie. E adesso che me la racconti un po’ la senti dentro, vero?» Tu ti aspetti che ti dica che la sente abbastanza ed è quello che vuoi. Ciò ci dimostra che il sistema nervoso di una persona può prendere per vera un’emozione che la sua mente sta deliberatamente creando.
- «E se ora immaginiamo di portare quella cosa, di quel colore, di quella consistenza, che si muoveva in quel modo, fuori? Tipo qui, a questa distanza? (E con la mano segnerai fuori da lei, tipo a un metro di distanza) Ti dà ancora fastidio come prima o è cambiato qualcosa?» Noi ci aspettiamo che Beatrice la percepisca meno e che abbia meno paura. Ma non è finita perché – come insegna Bandler – non puoi aspettarti di togliere qualcosa e che si risolva tutto.
- «Benone, quasi non la senti più dici, bene. E, dimmi, ti piacerebbe immaginare di distruggerla? O mandarla via lontano e farla sparire?» «E come vorresti fare?» Di solito, i bambini, più che gli adolescenti, se ne escono con delle strategie così geniali tanto quanto fantasiose per distruggere il limite emotivo (disintegrarla, spararla con un razzo super mega, cancellarla, dissolverla, polverizzarla, vaporizzarla, aspirarla con l’aspirapolvere di mamma, ecc.).
- Fatto questo, è tempo di inserire qualcosa di nuovo e bello. «Wow, che divertente! E adesso che non c’è più quella cosa, quale colore ti piace e ti piacerebbe mettere adesso in quella parte del tuo corpicino?» «Mmmm, bello, e com’è? Dai descrivimelo. E come si muove? Come ti senti con questo bel colore dentro che si diverte a girare? E, dimmi, ha un profumo per caso?»
- «Mamma mia, come sei brava a giocare a questo gioco delle emozioni colorate. Ora prova a pensare a questa emozione colorata, al suo colore, a come ti fa sentire bene, immagina di sentirla bene dentro di te, che ti fa stare bene. Con questa bella emozione dentro, come ti sentirai domani a scuola sapendo che puoi avere questo colore con te ogni momento che vuoi? Anche con matematica? Un colore che ti fa stare bene da dentro e che ti dà forza?»
Ecco. L’esercizio di cui ti ho appena riportato un possibile esempio ha lo scopo di “aprire” l’emozione per capirla con colori, forme e movimenti. Poi l’abbiamo fatta uscire, allontanata, sostituita con altri colori, forme e “movimenti risorsa”. E, infine, abbiamo associato l’idea di questa nuova risorsa alla situazione problematica. Non è necessario dare un nome a questa emozione/risorsa. L’importante è che faccia sentire al sistema nervoso di tuo figlio una differenza emotiva, in positivo.
Cosa ci aspettiamo con questa nuova risorsa “diversamente colorata”? Ci aspettiamo che Beatrice non provi più la paura di prima, che si eserciti più volte e “a freddo” a sostituire quel colore con quest’altro, che si alleni a farlo giocando con te ogni tanto e che a scuola si senta più rilassata durante la lezione della maestra Caterina.
ESERCIZIO N°21
Esegui l’esercizio del “Bambino di 4 anni” su te stesso e poi con amici, coniuge e – infine – giocando con i figli. Se i tuoi figli sono adolescenti o pre-adolescenti, dovrai giocartela più cool. Per mia esperienza personale ho provato questa visualizzazione con tanti adulti quanti bambini e entrambi, quando si lasciano andare, sono fantasiosi e magistrali nel riuscire ad eseguire l’esercizio. Non stupirti però, non c’è persona che funzioni come un’altra, qualcuno si bloccherà sulla descrizione, qualcun altro non sentirà grossi benefici dall’allontanamento... Non perderti mai d’animo, se non sai cosa proporre, chiedi a loro: come potresti immaginare di abbassare il fastidio che provAVI? E se lo allontanassimo? Rimpicciolissimo? Spedissimo lontano nell’universo infinito?
La mia amica psicologa Giovanna Loconte (www.psicologaloconte. it), nel suo bellissimo libro Rabbia da Drago (illustrato da suo figlio maggiore e che si divide in due parti, la prima per una favola da leggere ai bambini e la seconda con tante dritte per i genitori), racconta della rabbia. Lascio a voi in famiglia leggere assieme la storia di drago Rouge e della draghessa, io qui voglio riportare un paragrafo della seconda parte in cui la psicologa Giovanna Loconte ci spiega l’importanza di tutte le emozioni, compresa la rabbia, e a cosa servono:
Si parla di emozioni non utili, quando si presentano in modo cronico, ostacolando la vita delle persone o anche se sono inascoltate, producendo veri e propri disturbi. Se invece vengono ascoltate ed utilizzate, le emozioni assumono la loro utile funzione di segnale che indica la necessità di ripristinare qualcosa. Allora capiamo quanto l’emozione, anche quella della rabbia, non vada eliminata o negata ma manifestata in modo corretto, accolta e soddisfatto il bisogno sottostante. Quindi smettiamo di dire al nostro bambino “non ti arrabbiare”. Perché o non può farlo (esprime un bisogno), o sarebbe dannoso se lo facesse (negazione) e comunque non gli insegna qualcosa di utile.» [...] «I motivi per cui i bambini possono arrabbiarsi sono di vario genere: a seconda del bisogno sottostante. Anche se a noi possono sembrare assurdi e insensati, questi bisogni hanno sempre una funzione. Esprimono un bisogno fisico: stanchezza, fame, sete, sonno. Oppure un bisogno emotivo-relazionale: affetto, conforto, sostegno, sicurezza. Un bisogno del sé: espressione delle proprie capacità, affermazione, opposizione. Un bisogno sociale: appartenenza, condivisione, integrazione...