Genitori in progress
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Capitolo 9

Chi vuoi essere?

13 min

SCOPRIAMO IL GENITORE AUTOREVOLE

ORA scopriamo lo stile genitoriale più anelato, il genitore “autorevole”. Chi è? Esiste? È possibile? Vediamolo insieme e poi costruiamo la tua versione del genitore di domani nel capitolo.

  • Il genitore “autorevole” è colui o colei che definisce delle regole giuste ed eque, le rispetta e le fa rispettare in modo coerente, senza drammi o urla. In casa di genitori autorevoli si respira aria di democrazia.
  • Perde poco le staffe, si dimostra una persona che sa prendersi cura anche di sé e si ritaglia i suoi tempi. Ha sicuramente una visione a lungo termine e ciò che fa, lo fa pensando al domani. Parla chiaro, in positivo e con tono pacato. Urla di rado e sa misurarsi.
  • Il genitore autorevole è assertivo. Motiva i figli da dentro (parleremo di motivazione), non usa le minacce e non punisce, ma non si fa nemmeno abbindolare: mette le cose in chiaro e resta coerente.
  • Sa osservare senza necessariamente intervenire. Sa ascoltare i figli, pone domande ma non fa il terzo grado e sa attendere che i figli si aprano. Ha una visione a lungo termine e sa quali valori voler trasferire ai figli.

Interessante è il genitore definito “imperfetto”, che non è necessariamente autorevole ma aspira ad esserlo, non possiede necessariamente strumenti di intelligenza linguistica ma si esercita e migliora. I vantaggi di essere genitori imperfetti sono due: il margine di crescita tenuto in considerazione e l’esempio di resilienza che si dà ai figli.

Del genitore “autorevole” ne parla il metodo danese dell’omonimo libro scritto da Jessica Alexander e Iben Sandahl, sicuramente ne parlano anche il metodo Montessori, ora più vivo che mai, e la mia prima mentore virtuale, Tracy Hogg, nel suo famosissimo libro Il linguaggio segreto dei bambini. Lo incontriamo ovunque in realtà perché tutti vorremmo essere rispettosi, rispettati, coerenti, sereni, lungimiranti, amorevoli, indipendenti, leader…

ESERCIZIO N°12

Scrivi di seguito definizioni del genitore che vorresti essere. Sì, lo so, esiste sempre il limite delle “nominalizzazioni” da sormontare. Facciamo così: iniziamo usandole e poi le “apriremo” con degli esempi per chiarire meglio alla nostra mente inconscia il senso di quelle “belle parole”.

Descrivi di seguito il genitore che vuoi essere quotidianamente, non eccezionalmente. Un esempio potrebbe essere: «Ogni giorno con i miei figli, io voglio e posso essere una mamma rispettosa, voglio essere rispettata facendo restare tutti calmi, divertirmi con i miei figli, essere serena e sorridente per la maggior parte del tempo, mostrare di avere pazienza ed essere considerata una guida amorevole.»

Se preferisci, usa lo schema seguente:

  • Ogni giorno +
  • con mia figlia / mio figlio / i miei figli / le mie figlie +
  • voglio e posso essere +
  • una mamma / un papà +
  • aggettivi che definiscono per te chi vuoi essere (per te e per loro)…

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ECCO COSA ACCADRÀ NEI PROSSIMI MESI

Dove vogliamo arrivare? Benché il genitore autorevole sia molto interessante, potrebbe non piacerti definirti così, quindi ti invito a costruire il TUO stile genitoriale, fatto di tante definizioni che ti aiuteranno ad accelerare il cambiamento identitario dentro di te.

  1. Partiamo da semplici parole che vogliono dire tutto.
  2. Poi le apriamo con degli esempi… Inizierai a farti domande utili in merito, ti costruirai esempi mentali, proporrai visualizzazioni al tuo multisala interiore e agirai in modo diverso.
  3. Non sarai sin da subito la miglior versione di te stesso, il cambiamento avverrà gradualmente ma in modo costante se (e solo se) continuerai a proporre alla tua mente immagini e sensazioni legate al genitore che vuoi essere. A volte ti sentirai perfetto o arrivata, altre ti sorprenderai commettere vecchi errori… È normale. Il progresso non è mai un processo costante.
  4. Il nuovo stile di vita comincerà a diventare parte di te e tu ti sentirai sempre più vicina/o a chi vuoi essere fino a dimenticare, un giorno, tutto questo percorso di crescita[1]. Parti da un’azione, che diventa un comportamento strutturato, che diventa un’abitudine presto consolidata, che diventa un atteggiamento, che poi diventa… TE.

TROVA DEI MODELLI UTILI

Un percorso di cambiamento che si rispetti include dei modelli di comportamento.

Chi conosci che è e fa il genitore che vuoi essere e fare tu?

Pensa ad esempi di genitori che frequenti, che osservi e che apprezzi in vari ambiti: ai giardinetti, in piscina, a danza, fuori da scuola, nel gruppo Whatsapp delle mamme… I modelli di genitori sono persone normali, utili ma non perfetti: ti piacciono perché sanno come rispondere in modo pacato, perché sono sereni con i figli, perché li responsabilizzano nelle piccole cose, perché li vedi divertirsi mentre giocano con loro ma poi quando è basta è basta… Li senti parlare poco e giusto, in positivo, con voce tranquilla e rispettosi dell’opinione dei figli. Quando si arrabbiano, non fanno scenate davanti a tutti, si mantengono fermi e rigorosi dinanzi a un comportamento sbagliato pur dando la giusta attenzione alla figlia di cui hanno appena fermato un bel capriccio1 .

Io conosco R., mamma incredibile, niente marito, sin dall’inizio, ha due gemelli, i suoi genitori le danno una mano e educa i suoi figli in modo pacato e fermo. Dall’esterno si vede una mamma impegnata e piuttosto realizzata con due figli ormai preadolescenti che crescono piuttosto bene, aiutano la mamma che li coinvolge, che non urla e che si diverte con loro. Conosco poi M., mamma di due che lavora, li segue, non urla, è tranquilla con loro, li ascolta e li rispetta quando hanno un’opinione (anche se si tratta dell’opinione di una testolina di otto anni). Conosco N., ancora giovane e mamma di uno, lo ha sempre rispettato e considerato un essere distinto da sé, sa di essere una guida per lui ma gli permette di sbagliare (nei modi giusti, senza troppi pericoli ma di crescere consapevolmente nel mondo). Conosco anche C. e lei ama divertirsi con le figlie, benché metta dei paletti, ogni giorno dedica del tempo solo a loro, le ascolta, legge una storia o si raccontano la giornata. Conosco papà D., sempre fuori da scuola con la merenda, li ascolta e parla loro con pacatezza e fermezza se necessario. Conosco anche papà A., consapevole che non si può delegare l’educazione né tutta l’istruzione alla scuola. Grazie a internet e ad alcuni programmi in televisione, offre una vasta gamma di scoperte storiche, culturali e geografiche ai figli tutte da scoprire.

ESERCIZIO N°13

Riprendiamo la domanda: chi conosci tu che fa e che è come vorresti fare e essere? Come fanno quei genitori che sembrano essere nati per farlo, sembrano domatori di leoni, addomesticatori di elefanti o la perfetta bambinaia inglese? Cosa fanno? Cosa non fanno? Come pensano? Parlano? Tacciono? Osservano? Ascoltano? Sorridono? Respirano attraverso lo stress? Si organizzano? Sanno dire “no”? Trasmettono i loro valori?

Scrivi le tue riflessioni su persone che conosci e i loro atteggiamenti…

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ESERCIZIO N°14

Riprendi la tua definizione del genitore che sarai. Ora fai degli esempi, raccontatelo. Riempi frasi come le seguenti e crea le tue:

  • Essere un genitore _____________ per me significa che quando __________ fa questa cosa _____________ io potrò e vorrò __________________ .
  • Essere un genitore _______________ significa che ogni giorno voglio ricordarmi che ________________ .
  • Essere un genitore ________________ mi porterà a __________________ e mi farà sentire ________________ e questo avrà delle conseguenze positive nella mia vita perché ________________ .

LE DOMANDE DEL MATTINO

Farsi domande utili al mattino aiuta a focalizzare la mente e l’attenzione verso i propri propositi. È un ottimo strumento di crescita personale e ti consiglio di usarle in generale per qualsiasi tuo obiettivo. Per quanto ci concerne, la miglior versione del genitore che puoi e vuoi essere, proponi alla tua mente le seguenti domande per le prossime mattine e osserva come ti comporti di conseguenza:

  • Chi voglio essere oggi per me e per i miei figli/mia figlia/mio figlio?
  • Come voglio parlare oggi con me e con i miei figli/mia figlia/mio figlio?
  • Come voglio ascoltarli/a/o?
  • Come mi sentirò avendo vissuto una intera giornata come il genitore che voglio e posso essere?

UN MODELLO SI RACCONTA

Finisce qui una parte importante di questo libro: la costruzione del tuo stile. Per transitare alla terza parte, che ci aiuterà a fare per essere, riporto qui un contributo al libro fornitomi da Barbara Suigo (www.barbarasuigo.it), esperta di comunicazione carismatica e ottimo esempio di genitore da modellare. Barbara ci parla di rispetto, indipendenza, consapevolezza di un genitore single che cresce insieme ai figli.

Nel crescere i miei figli, posso affermare con certezza di essermi avvalsa, sostanzialmente, degli strumenti della consapevolezza, della presenza (nei loro confronti e verso, soprattutto, me stessa) e della comunicazione efficace, traslando le mie competenze comunicative nella genitorialità. La consapevolezza e la presenza a me stessa mi hanno permesso di vedere il mio ruolo di genitore da due prospettive differenti: da una parte c’ero io, come mamma, che aveva il compito di accudirli, di crescerli, di esserci e di giocare con loro, mentre, dall’altra parte c’ero sempre io, esterna alla situazione, che vedeva questi due frugoletti come dei futuri adulti, delle persone fatte e finite che, in un tempo lontano, sarebbero stati dei professionisti, dei genitori, dei partner. Ho adottato spontaneamente un modello genitoriale un po’ distante sia dal genitore che io definisco “emotivamente incontinente” e che non è in grado – pubblicamente e, dubito, anche privatamente – di gestire le proprie emozioni nel momento in cui il figlio al parchetto cade dalla bici, spintona un compagno o rovescia l’aranciata; sia da quel genitore che ignora la differenza di maturazione cerebrale e quando parla con i figli crede di rapportarsi con dei pari gradi. Questi ultimi pare si siano dimenticati quando loro stessi erano infanti. Sapevo che il mio modello genitoriale, inteso come modello di comportamento o capacità di reagire di fronte a situazioni stressanti, sarebbe stato il primo modello in assoluto che i miei figli avrebbero visto e assimilato – tanto più che sono stati cresciuti in un “regime di mono genitorialità” – e che questo avrebbe condizionato tutto il resto della loro vita. Quando insegno comunicazione, porto le persone a riflettere su alcuni aspetti così ovvi del loro comportamento che spesso non vengono nemmeno presi in considerazione. Ricordo loro che il primo ingrediente di una comunicazione efficace consiste nel trattare gli altri esattamente come vorremmo essere trattati noi. Questo significa essere gentili, rispettosi, sinceri, significa saper ascoltare ed imparare a erodere il giudizio. Significa entrare in contatto con le proprie emozioni più profonde ed imparare a saperle gestire. Non vedo il perché questi stessi comportamenti non si debbano applicare ai bambini. Fare dei distinguo anagrafici è limitante e poco utile. Qualsiasi essere umano reagisce positivamente a chiunque si rivolga a lui con rispetto ed educazione. Non è molto difficile comprenderne il perché. Ho, dunque, sempre trattato i miei figli come due persone, prima di tutto, rivolgendomi sempre nei loro confronti con rispetto. Il rispetto è, a mio dire, un punto veramente dolente nell’educazione di molti genitori, un rispetto che si declina anche nella succitata “incontinenza emotiva”: vi piacerebbe se qualcuno, di fronte ad un vostro comportamento poco utile, desse di matto pubblicamente, facendo notare al mondo intero quanto sciocchi siete stati? Ne dubito. Allora perché farlo con il proprio figlio? Con che diritto? Solo perché è un frugolo? Oltretutto, il frugolo in questione non è nemmeno in possesso della facoltà di controbattere. Al limite, può solo reagire, piangendo e dibattendosi. E mandandovi al diavolo in età adolescenziale/adulta. Voi non avrete vinto nulla ma avrete sicuramente sfogato la vostra rabbia e a lui sarà stata impressa un’indelebile cicatrice in qualche recesso del suo inconscio. Perché è così che funziona. Sia chiaro: abbiamo tutti dei momenti no, delle situazioni in cui la nostra sopportazione ci abbandona, degli attimi in cui cala una cortina di fumo nella nostra mente, annebbiandola, e le nostre emozioni hanno il sopravvento. Tutto sensato, per carità: questa deve comunque rappresentare l’eccezione e non la norma. Se, al contrario, questo comportamento rappresenta la norma, diventa importante che, come genitori ed esseri umani prima di tutto, si vada in cerca di strumenti efficaci per poter gestire le proprie emozioni. C’è un altro comportamento, a proposito di arrabbiature o screzi, che ho messo in atto e con discreto successo: ho sempre avvertito in anticipo quando ero di cattivo umore, quando, dentro di me, le turbolenze emotive mi avevano in scacco. Ho sempre specificato ai miei figli che era meglio che evitassimo di parlare, almeno per un po’, perché avrei dato risposte antipatiche o poco utili. I miei figli hanno così imparato, per imitazione, a riconoscere le loro stesse emozioni e, sempre il più estroverso dei due, mi avverte spesso quando è bene che non mi rivolga a lui per quel paio d’ore. Il tempo necessario, insomma, perché si possa ritrovare il proprio punto di equilibrio interiore. Un’altra attitudine che ho sempre messo in campo – tenendo in considerazione che mi stavo rapportando con un futuro adulto – è sempre stato il fornire una spiegazione ai miei “no”, ovviamente cercando di rendere comprensibile il mio messaggio rispetto all’età dei miei figli. Non ho mai fornito un “no” che non fosse accompagnato da una spiegazione che loro potessero, in qualche modo, capire. E se non era un “no”, era anticipare l’esito di un’azione potenzialmente pericolosa: «Se ti lanci dall’altalena a grande velocità forse non succede niente, ma puoi anche prendere una grossa capocciata e farti tanto male», per esempio: non sottovalutate mai i vostri figli perché, quando fornite due possibili scenari di un’azione futura, c’è la possibilità che i loro comportamenti vi sorprendano positivamente. Tra tutti i comportamenti messi in atto per essere un buon genitore, ce n’è stato uno che mi ha regalato delle importanti soddisfazioni e dei risultati che, spesso, mi hanno molto emozionata ed è stato sicuramente la scelta deliberata di essere una mamma d’ispirazione. Le parole sono veicoli potenti di trasformazione e, ancora di più, lo sono le azioni. Perché sono visibili, sono tangibili ed aiutano un messaggio verbale ad attecchire più facilmente. Nel portare avanti il mio impegno verso l’autorealizzazione, condivido spesso con i miei figli il mio percorso, le mie strategie, i progetti futuri e le difficoltà che incontro: spiego loro l’importanza di amare ciò che si fa, di trovare la propria strada perché nel momento in cui troviamo quel qualcosa che ci fa sentire le farfalle nello stomaco, significa che siamo sulla strada giusta per trovare soddisfazione in qualcosa. Ho lavorato con loro sull’erosione di tutte quelle affermazioni e credenze tipiche del “sentito dire”, come l’impossibilità del realizzare qualcosa o il sapere gestire l’insuccesso e le delusioni. Ho spiegato e ho fattivamente mostrato in cosa consista la perseveranza, il non demordere, quanto sia potente la fede in sé stessi e nelle proprie azioni. Quanto la pazienza sia la strada maestra che conduce al successo. E quando si è trattato, per loro, di scegliere la scuola che li avrebbe portati verso il mondo del lavoro, nessuno dei due ha avuto esitazioni di sorta, scegliendo il tipo di studi più vicino al concetto di farfalle nello stomaco, appunto. Sapevo e so quanto sia doloroso e limitante essere schiavi di convinzioni, di paure ereditate, di frasi fatte che generano come unico risultato quello di minare la nostra identità, i nostri desideri e la nostra ricerca dell’auto-appagamento. Ho attraversato io, in primis, tutto questo appiccicume emotivo e tutte quelle idee o pensieri poco utili alla nostra crescita come persone e professionisti. Con la consapevolezza di quanto la nostra vita possa essere dura a causa di pensieri fortemente limitanti, il mio desiderio, nei confronti dei miei figli, è quello di lasciare un’eredità di pensiero al quale, un giorno o l’altro, o forse nell’immediato, potranno attingere nei momenti in cui la vita si metterà, come spesso succede, di trasverso. Per fare tutto ciò dobbiamo essere noi l’esempio concreto, fattivo e vivente. Dare ai figli delle ali per volare significa mostrare loro le nostri di ali, anzitutto, evitando di annullarci per loro, ma di essere noi stessi per poter crescere assieme in un percorso che conduca entrambe le parti verso la possibilità di sperimentare pienamente la vita e di raggiungere importanti traguardi esistenziali.

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