Capitolo 14
Le altre due infanzie
LA seconda infanzia va dai due ai sei anni e poi la terza infanzia dai sei anni fino alla pubertà. In questa bellissima e lunga fase, i nostri figli si mostrano a noi, sono simpatici, teneri, più autonomi di mese in mese. Sono creativi, energici (all’infinito) e vogliono fare e imparare. A volte regrediscono emotivamente e ci vogliono vicini, altre ci allontanano perché vogliono fare da soli. Sono influenzabilissimi e ci credono dei “giganti competenti”. Occhio a cosa diciamo, a come li definiamo, a come li etichettiamo, all’esempio che diamo.
Vogliono ancora la coccola e a volte vogliono stare da soli. Vogliono la coccola a casa ma a volte non davanti agli amici. Scoprono gli altri, come amici, come pari, come altre figure autorevoli a scuola. Noi siamo e restiamo il punto fermo, siamo ancora il centro del loro mondo, il riferimento e la guida, non solo comportamentale o affettivo (come quando erano neonati), ma ora anche relazionale, parlando e dando l’esempio nelle relazioni che sosteniamo.
La guida e l’influenza da parte del genitore continua in questa fase:
- A livello non verbale con l’esempio, la cura di un ambiente accogliente e sicuro, le certezze delle proprie cose, il proprio letto, le proprie routine, il contatto fisico e un tono di voce dolce anche nella fermezza di un “no” coerente;
- A livello verbale con i prompt (richieste specifiche espresse in positivo e con il giusto tono), l’utilizzo dell’opposto positivo, l’uso delle “conseguenze” e non delle punizioni, spronandoli con le DUC (come le chiamo io), cioè le domande utili curiose e altre indicazioni di intelligenza linguistica che incontreremo in dettaglio molto presto.
Alain Kazdin, promotore del KPMT (Kazdin Parenting Method Training) di cui sono l’unica operatrice in Europa, e anche autore del best seller Il figlio ribelle, insiste sui dettagli: «Il successo e il fallimento sono determinati dai dettagli» dice. Teniamolo sempre a mente.
Il bambino diventa indipendente, pian piano e nelle sue piccole cose, ma si prepara alla pubertà. In spiaggia comincia a giocare da solo sul bagnasciuga senza che noi abbiamo il timore che si butti incosciente nelle profondità marine, ai giardini pubblici eccelle in acrobazie che non ricordiamo nemmeno di aver mai fatto nella nostra vita. È muscolosa, è tonico, sono perfetti1 .
TI GUARDO CRESCERE
È tempo di lasciare un po’ la presa, sempre per gradi, sempre osservando le sue reazioni e i suoi desideri. Non vogliamo spingere né trattenere: Lev Vigotskij, psicologo russo del secolo scorso, parlava di “zona di sviluppo prossimale”, cioè quello spazio per imparare e crescere in un ambiente adatto, ricevendo il giusto aiuto.
Jessica Alexander e Iben Sandahl, le autrici del libro Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni, riprendono il concetto per differenziare un metodo educativo danese (che io collocherei più ampliamente nel Nord Europa) secondo il quale – pur restando presenti e vigili – i genitori cercano di non intervenire. Non intervenire ai giardinetti se non c’è pericolo e ha bisogno di quei dieci secondi per capire dove mettere il piede sulla rampa mobile. Non intervenire ogni volta che i fratelli s’ingarbugliano in un gioco tutto loro. Non intervenire se non trova le parole giuste per rispondere alla domanda della panettiera. Insomma, i danesi (ma essendo sposata io con un francese trovo molte similitudini) suggeriscono di lasciar loro lo spazio per sviluppare capacità e fiducia nel proprio locus of control interno, che è la percezione del controllo su una situazione: interno se ci si ritiene capaci di controllare un evento, esterno se si aspetta la risposta da altri, cosa che accadrebbe se un genitore continuasse a intervenire sempre e comunque.