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Capitolo 22

Cosa si può fare con le parole giuste, dette nel modo, nell’ordine nel momento giusto?

6 min

COSA si può fare con le parole giuste, dette nel giusto modo, nel giusto ordine, nel momento giusto e con la giusta ripetizione? Tantissimo!

  • Si promuove l’autostima;
  • Si motiva;
  • Si corregge;
  • Si guida;
  • Si insegna.

… Insomma, si educa.

Nel suo libro Il figlio ribelle, Alain Kazdin ci dice che esistono false indicazioni e luoghi comuni che non funzionano e che l’autore stesso vuole sfatare, nel libro come nel suo metodo. Lui ne individua sette di falsi e pericolosi miti:

  1. Si ripone troppa fiducia nelle punizioni. Si crede che se il figlio piange o chiede scusa abbia imparato la lezione;
  2. Si crede che ripetere ai figli le cose da fare all’infinito porti alla fine alla comprensione e all’apprendimento. Forse, ma sfinisce e non li rende protagonisti;
  3. Si crede che spiegare al proprio figlio perché un comportamento sia sbagliato lo aiuta a cambiare. Abbiamo visto che la loro attenzione è limitata, usiamo i “perché” ma brevi e in positivo;
  4. Si crede che le continue lodi servano solo a viziare il bambino. Falso, lodare e nel modo corretto è uno strumento tra i più affidabili per promuovere un comportamento;
  5. Si crede che se il figlio riesce a fare “quella cosa” per una o due volte, allora è capace di farla sempre;
  6. Si crede che i fratelli siano uguali: se uno ce l’ha fatta deve farcela anche l’altro;
  7. Si crede che i figli “lo facciano apposta” per manipolare i genitori. Il bambino non fa un capriccio per attirare l’attenzione, lo impara inconsciamente ma non saprebbe spiegarlo.

«Procedendo a piccole tappe si raggiungono anche gli obiettivi più ambiziosi» scrive Kazdin nel suo libro.

QUATTRO DRITTE DI INTELLIGENZA EMOTIVA

Intrinsecamente collegate, l’intelligenza emotiva dipende spesso dall’intelligenza linguistica. Come tu parli incide direttamente su tua figlia/ tuo figlio: sul suo sistema nervoso nell’immediato, sul suo sistema di credenze, sulla sua autostima e la percezione di sé.

Con le parole, e con ogni mezzo di influenza in generale, tu puoi educare i tuoi figli all’intelligenza emotiva. Quando studiai per diventare operatrice per la Positive Discipline di Jane Nelsen, ci presentarono le 4 dritte emotive da tenere sempre a mente. Le voglio condividere con te:

1. APPARTENENZA E DISTINZIONE

La prima in inglese recita Belonging and Significance, che in italiano tradurremmo come “senso di appartenenza e distinzione”. In pratica, vogliamo far sentire ai nostri figli che “appartengono” a livello affettivo al nucleo famigliare e – al contempo – riconosciamo il loro apporto distintivo al nucleo famigliare stesso.

Come? Se prepara la tavola di sua iniziativa ci vuole un complimento mirato e sincero (come scopriremo in questa sezione) per sottolineare il suo apporto distintivo e contributo alla famiglia. Se ti aiuta a piegare le lenzuola, se pulisce le macchie di dentifricio nel lavandino, se mette via i suoi panni… Tutte azioni, di sua iniziativa, o da tua indicazione, alle quali tu puoi far seguire un bel «Grazie, questo aiuta mamma e papà» (piuttosto che un triste commento sarcastico come «Era ora che facessi qualcosa anche tu in questa casa»).

2. CONNESSIONE PRIMA DELLA CORREZIONE

La seconda dritta in inglese fa pure rima: Connection before Correction. In pratica, in italiano la traduciamo come “connettiti prima di correggere”. Connettiamoci emotivamente prima di riprendere una postura scorretta a tavola, prima di suggerirgli di aspettare perché stiamo parlando con un’altra persona al momento, prima di ricordarle di tirare fuori il contenitore della merenda dallo zaino (per l’ennesima volta).

Come ci connettiamo? Con uno sguardo e un tono di voce neutri per i più grandi; con una carezza, del contatto o abbassandoci alla loro altezza per i più piccoli.

Inoltre, più il problema è grande (emotivo o comportamentale) più la connessione sarà dedicata. Se, per esempio, la figlia adolescente ha un problema relazionale a scuola e questo richiede una “chiacchierata mirata”, magari uscirete a farvi un giro insieme da sole. Oppure, se il figlio di terza elementare ha fatto un mega capriccio quando gli hai chiesto di tornare a casa dal parco, e non te lo aspettavi perché non è più alla scuola d’infanzia, per correggere potreste prima connettervi tranquilli sul divano a fare una coccola senza TV e, tra una carezza e l’altra, potrete parlare di ciò che è successo al parco.

3. RICONOSCI I SUOI SENTIMENTI, SEMPRE E COMUNQUE

La terza dritta è quella di riconoscere i suoi sentimenti, sempre e comunque. Lo abbiamo detto in precedenza e ti ho citato molte fonti utili che sostengono questo approccio, ormai universale nei confronti delle emozioni.

Il classico esempio è di quando perde il suo peluche perché lo dimentica al mare, in treno, per strada. Ecco cosa non dire: «E vabbè, ne hai mille a casa». Ecco invece come ci si dimostra rispettosi, comunque: «Mi spiace amore. Dev’essere triste rendersi conto di aver perso un proprio peluche.» E già il riconoscimento del suo stato emotivo potrebbe bastare. In caso senti che ci sia bisogno di una coccola, proponila. Oppure, se volesse stare da solo per un attimo, lascialo fare.

Immagina che tua figlia di 10 anni abbia subìto una “tremenda umiliazione” a scuola perché qualcuno l’ha presa in giro per le sue orecchie / o per quel minuscolo brufolino / o per la gobbetta nella coda da cavallo / o per la macchia sui pantaloni / o perché ha già il seno / un po’ di pancetta / l’apparecchio ai denti, insomma per le mille e più insignificanti ragioni per cui tutti noi a quell’età possiamo essere meschini. Tu ed io lo sappiamo che sono cose che passano, di poca importanza, ma lei non lo sa. Nel suo mondo di oggi è importantissimo, è stato umiliante e non ha saputo reagire. Le orecchie le sono diventate tutte rosse, si è sentita estremamente in imbarazzo e non ha saputo rispondere a tono.

Se noi, i “saggi adulti”, arrivassimo belli belli e sminuissimo l’accaduto, non entreremmo PER NULLA in empatia e perderemmo l’occasione di aiutarla emotivamente. Frasi come «Ah, ma queste sono cavolate. Pensa a quando sarai grande e che non troverai un lavoro. Cosa farai allora, ti preoccuperai del brufolo?». Nella sua mente la figlia potrebbe dirsi: “Ma non ha capito nulla. Come potrò ancora confidarmi con lui/lei?”.

Per connettersi emotivamente, sempre e comunque, e riconoscere i suoi sentimenti, è bello usare un semplice Mi dispiace: «Mi dispiace che ti sia capitata questa cosa», «Mi dispiace sentirtelo dire», «Mi dispiace per ciò che hai vissuto», «Mi dispiace per questa esperienza». Solo dopo essere entrati in empatia, potremo guidare verso un atteggiamento problem solver. In PNL chiamano questa tecnica “pace and lead”: prima mi adeguo al suo stato emotivo e poi conduco fuori, verso la rinascita/ricostruzione/riuscita.

Mettiti alla sua altezza, guardala negli occhi e entra in empatia con lei con un semplice «Mi dispiace».
Mettiti alla sua altezza, guardala negli occhi e entra in empatia con lei con un semplice «Mi dispiace».

Più in là, ti presenterò anche il valido strumento del Tris dell’Io vedo. Un modo neutro per dire cosa non va senza incriminare, giudicare, sminuire, attaccare.

4. «TI VOGLIO BENE SEMPRE E COMUNQUE»

La quarta dritta della Positive Discipline recita: “Assicurati che il messaggio d’amore arrivi a destinazione”. Esatto, anche quando diciamo di “no”. Dire di “no” può essere un momento dolce e intimo. Non c’è sempre bisogno di urlare per negare: «Mi spiace amore, è il momento di andare, guarderemo la fine del cartone domani.» «No, non puoi più giocare alla Play Station oggi, riponi il joystick nel cassetto, per favore.»

Il genitore che sa dosare la giusta dolcezza con la buona fermezza ha fatto centro nella sua comunicazione.

Giuliana Ukmar, nel suo libro Se mi vuoi bene dimmi di no, ci invita a non avere paura di dire di no e di mettere delle regole in casa. Il bambino che riesce ad ottenere sempre tutto ciò che vuole rende i genitori schiavi e ne condiziona la vita a suo piacimento, ci dice. Se diciamo sempre sì, togliamo terreno sicuro sotto i piedi dei figli e loro ci considerano incapaci di proteggerli… proprio perché diciamo sempre sì. Secondo la Ukmar, i sì e i no permettono ai bambini di sentire la gioia della conquista e la prova che sono importanti perché qualcuno si preoccupa per loro e li vuole proteggere.

Nel prossimo capitolo parliamo del tono di voce e del delicato equilibrio da trovare tra dolcezza e fermezza.

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