Capitolo 31
No premi, sì ricompense
È giusto far leva sui premi per educare ai giusti comportamenti? C’è una linea sottile tra premi e ricompense: sottile ma utile da conoscere per essere più efficaci e educare meglio.
Il premio si promette in cambio di una azione. Non sono una fan delle tavole dei punti da attaccare al frigorifero, ad ogni buona azione una stellina e poi – dopo un tot di stelline – un regalo in arrivo. All’inizio sono simpatiche ed efficaci, ma a lungo andare, la bambina rischia di fare “buone azioni” solo per accumulare stelline e poi regali. Non agisce perché è giusto, agisce per il premio.
Le ricompense non sono necessariamente degli oggetti, né sono materiali: la ricompensa migliore è l’attenzione dedicata, l’ascolto, l’amore dimostrato anche con le parole giuste e con il rispetto.
Le ricompense si danno in modo spontaneo e non calcolato, si danno dopo che l’azione rilevante è stata compiuta. Lo scrive Bilbao in Il cervello del bambino spiegato ai genitori: le ricompense migliori sono del tempo insieme, mostrare fiducia e affidare responsabilità, ringraziare per qualcosa di utile che ha fatto, fare un complimento per una sua conquista. Queste sono le vere ricompense. Se pensiamo che loro vogliano sempre e solo oggetti come riconoscimento di qualcosa ben fatta, sbagliamo. La vera ricompensa è il sentirsi soddisfatti e apprezzati, quindi, la gratificazione è pura chimica innanzitutto, ed è molto meno costosa di qualsiasi oggetto! Bilbao ci ricorda che i rinforzi emotivi o sociali sono molto meglio delle ricompense materiali: se tuo figlio ubbidisce non premiarlo con qualcosa, premialo mostrando la tua soddisfazione e appoggio. E se commette una buona azione, senza aspettarsi in cambio qualcosa, oltre al nostro “grazie” e a un complimento, a volte possiamo anche associarla a una ricompensa più materiale.
CHE SIA UNA RICOMPENSA E NON UNA MINACCIA!
C’è un gioco che propongo a chi segue i miei corsi sulla genitorialità, l’ho chiamato “Esercizio di stile”, ricordando il simpatico libricino Esercizi di stile, in cui Raymond Queneau seppe declinare la stessa storiella in ben 99 modi diversi, stili appunto. In questo nostro gioco, gli stili sono “solo” cinque. Ti va di giocare insieme? Sarà divertente, te lo assicuro. Ti propongo delle situazioni e cinque modi diversi di reagire, naturalmente l’ultimo è quello migliore, il primo è il peggiore, e in mezzo – be’ – c’è da ridere nel riconoscersi a volte colpevoli di aver usato certi “stili”.
ESERCIZIO DI STILE
Prima situazione. Rebecca di 10 anni rompe il bicchiere dopo che l’hai avvertita. Prova ora a reagire in ciascuno dei seguenti modi. Immagina di fare e parlare seguendo le indicazioni:
- Le togli la PlayStation per una settimana
- Le togli la PlayStation per un’ora
- Le dici che le dai un cioccolatino se ti aiuta a pulire
- “Vedi” la situazione e le chiedi di pulire
- “Vedi” la situazione e le chiedi cosa si possa fare.

Seconda situazione. Cristian di 13 anni prende un brutto voto a scuola. Interpreta ciascuna modalità suggerita e divertiti:
- Gli togli le uscite pomeridiane con gli amici al parchetto per una settimana
- Gli togli le uscite al parchetto con gli amici per oggi
- Gli prometti un credito di 10 euro per dei giochini nelle App sul telefonino se il prossimo voto sarà buono
- “Vedi” il voto e gli dici che non va bene perché si studia per sé e non per gli insegnanti
- “Vedi” il voto e gli chiedi cosa può fare in futuro per pensare alla materia con maggior interesse e prepararsi meglio al compito
Di’ un po’: come ti senti a proporre cioccolatini o soldi ancor prima che la cosa (che comunque spetta a loro) venga fatta? Fa un po’ ridere, vero? La logica rasenta il ridicolo, ma è molto simile ai premi che noi ogni tanto promettiamo ai figli per “motivarli”.
La vera motivazione è fatta come riconoscimento, dopo una buona azione, per incentivarne una seconda. La vera motivazione è fatta sulla persona facendo leva sui suoi vantaggi personali. La vera motivazione – come suggeriva pagine addietro la psicologa e psicoterapeuta Francesca Lesmo – è una sfida personale per un figlio che ha già le risorse e che deve solo abituarsi a metterle in atto.
Terza situazione. Simone di 17 anni lancia il telecomando alla sorellina di 8 anni ma sbaglia la mira e lo fa schiantare per terra, aprendolo. Cosa fai?
- Gli togli i social per una settimana
- Gli togli i social per oggi
- Gli prometti 5 euro se ti aiuta a raccogliere le pile sotto il divano
- “Vedi” la situazione e gli chiedi di sistemarlo con tono di voce fermo e rispettoso, volume moderato, in modo chiaro e inequivocabile, senza sarcasmo, né battute, né rabbia nella voce
- “Vedi” la situazione e gli fai una domanda del genere: «Vedo che il telecomando è rotto e una delle pile è finita sotto il divano. Cosa devi fare, Simone, per risolvere adesso la situazione?»
Nota finale: al punto 5 con Simone sono stata piuttosto secca, ho usato un “devi” che di solito evito prediligendo un “vuoi” o “dovresti”, e ho incalzato con un “adesso”, perché? Perché temo che Simone risponda dicendo che è colpa della sorella che non vuole fare proprio nulla, o che lo farà dopo. È possibile, certo, che Simone risponda che non spetta a lui farlo. È importante evitare di perdere la calma, mantenere un tono il più neutro possibile e continuare con DUC per ricordare di chi è la responsabilità.