Capitolo 21
Osservazione e ascolto attivo per autostima… e DSA
CERTO, si tratta sempre di “influenza con la presenza”, l’invito è quello di essere un genitore attivo mentalmente mentre gli sei accanto. Quando sei con lei o lui, stai attento a come parla, cosa dice, quali aggettivi attacca alla propria identità, come si definisce nei confronti della scuola e degli amici? Si stima o si sottostima? Restando presenti, vigili e osservando con “occhi grandi e orecchie grandi” (sì, proprio come il lupo di Cappuccetto Rosso) faremo il nostro mestiere: i genitori attenti che prima osservano e ascoltano attentamente e poi guidano.
La parte sull’intelligenza linguistica che seguirà non avrebbe senso se prima non ci fosse questa fase di “raccolta di informazioni”.
Leggendo questo capitolo, ed esercitandoti in casa con i tuoi figli, ti invito proprio a sentirti come il lupo travestito da nonna, con occhi e orecchie grandi. Cogli i limiti verbali, ascolta quando tua figlia ti dice che non ce la fa, oppure quando tuo figlio dice di non avere voglia ma tu sospetti che il motivo sia un altro. Apri le orecchie e aguzza la vista, cogli i limiti che – inconsciamente e oltre il tuo controllo – potrebbero nascere e alimentarsi nel cuore e nella mente dei tuoi figli.
ESERCIZIO N°22
Per questo ti propongo subito un esercizio di raccolta di informazioni. Prendi appunti qui sul libro (o se hai sotto mano la versione digitale, in un quadernetto dedicato). Segnati quelle frasi tipiche che tuo figlio o tua figlia dice da un po’ e che, secondo te, potrebbero richiedere un lavoro di ristrutturazione linguistica.
Segnati delle frasi che dimostrano limiti. Ci lavoreremo molto presto:
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Ma a cosa porta tutto questo lavoro d’influenza? Sono certa che lo hai già intuito sin da quando hai scelto di leggere il libro: aiutarli a diventare la miglior versione di sé stessi. E per farlo dobbiamo parlare di argomenti tabù per noi genitori. Argomenti ancora più tabù delle regole… Si parla sempre di autorità e di capricci, ma alla fine, cosa c’è all’origine: la giusta coerenza, i giusti confini e la continua promozione dell’autostima. E allora parliamo di autostima e di motivazione.
AIUTARE I FIGLI AD ACCRESCERE L'AUTOSTIMA
Nel suo libro The Antecedents of Self-esteem, Stanley Coopersmith elencava alcune condizioni associate all’autostima del bambino, tra cui:
- Il bambino si sente accettato nei suoi pensieri e sentimenti come una persona che vale;
- Il bambino opera entro limiti chiari e ben definiti, che sono non oppressivi e negoziabili;
- Il bambino si sente rispettato nella sua dignità di essere umano.
Altre riguardano i genitori coerenti, equilibrati e che coltivano la propria di autostima.
Nel suo libro I sei pilastri dell’autostima, Nathaniel Branden dedicò uno dei capitoli ai bambini. Nel capitolo «Come alimentare l’autostima di un bambino» l’autore ci ricorda che lo scopo primario delle cure parentali è preparare i figli a diventare adulti indipendenti, cioè in grado di garantirsi la sopravvivenza.
Secondo Branden
«La stima di sé è sentire di essere adeguati alla vita e alle aspettative: è fiducia sia nelle proprie capacità sia nel proprio diritto al successo e alla realizzazione dei propri desideri.»
Ecco cosa può fare un genitore secondo Branden per creare terreno fertile affinché la figlia e il figlio accrescano da soli la propria stima di sé:
- Fornire un senso di sicurezza. Promuovere la fiducia negli altri essere umani e nella generale benevolenza del mondo. L’Io è in formazione anche durante l’adolescenza, e «una vita domestica piena di ansia e caos può ostacolare notevolmente il normale sviluppo di un teenager», ci ricorda.
- Generare contatto fisico. Oggi sappiamo che il contatto fisico è essenziale per lo sviluppo di un bambino. «In sua assenza un bambino può anche morire, nonostante tutti gli altri suoi bisogni siano soddisfatti. Attraverso il contatto fisico effettuiamo una stimolazione sensoriale che aiuta il cervello del neonato a svilupparsi. Molto prima di capire il linguaggio, un bambino è in grado di capire il contatto fisico.»
- Dare amore. Un bambino trattato con amore tende a interiorizzare questo sentimento e a vivere sé stesso come persona degna d’amore. Se siamo arrabbiati, non prendiamocela con il bambino ma con l’azione. Sgridiamolo senza mai negare l’amore. «Il valore del bambino come essere umano non è in gioco» ci bacchetta Branden nel libro.
- Dimostrare accettazione. Una bambina che si sente accettata, impara ad accettare sé stessa. «Uno degli atteggiamenti più utili per favorire il sano sviluppo di un figlio è fargli sentire che la sua natura, il suo temperamento, i suoi interessi e aspirazioni sono accettati, che siano o meno condivisi.»
- Rispettare. Per parlare del rispetto, Branden riprende un esempio da Haim Ginott (di cui ti ho parlato in precedenza e che ha avuto il grande merito di smuovere tutti noi, genitori ed esperti, verso un metodo educativo strutturato e rispettoso). Haim Ginott faceva notare che quando abbiamo un ospite a casa e questi versa accidentalmente una bevanda, noi non lo aggreghiamo dicendo: «Ecco, hai fatto un disastro! Si può sapere che cosa ti prende?» Allora perché – scriveva – rivolgiamo frasi simili ai nostri figli? Eppure per noi sono molto più importanti di un ospite qualunque! Vedremo in dettaglio come una frase come la seguente sia molto più efficace: «Hai rovesciato la bibita. Cosa puoi andare a prendere per asciugare per bene?».
- “Vedere” (sì, un po’ come il concetto chiave del film Avatar…). «La visibilità psicologica è molto importante per l’autostima di un bambino» ci riprende Branden. No, ciò non significa dire sempre di sì. Significa osservare, essere presenti, accettare, sempre e comunque.
- Fornire cure appropriate per l’età. «Quando un bambino di 6 anni fa una domanda, bisogna prenderla sul serio e rispondergli» scrive Branden nel capitolo sull’autostima dei bambini, «Ma se un sedicenne chiede qualcosa è molto più utile fargli esprimere i suoi pensieri sull’argomento, consigliargli un libro da leggere o mandarlo in biblioteca a fare ricerche». L’obiettivo di noi genitori è quello di promuovere l’indipendenza dei figli, per questo possiamo lasciarli fare, lasciar loro spazio di manovra, autonomia e chiedere: «Tu cosa ne pensi?»
- Sostenere e non lodare. Se dichiaro cosa mi piace e cosa apprezzo delle azioni di un bambino e dei risultati ottenuti, rimango legato ai fatti e mi limito a essere descrittivo, lasciando la valutazione poi al bambino stesso. Vedremo come la lode alla persona resta vana e, come la chiamava Ginott, valutativa. Qui vogliamo seguire l’esempio dei maestri e promuovere la lode assertiva: in pratica sosteniamo la persona indipendentemente dai risultati e valutiamo le loro azioni, ma non valutiamo loro. Starà poi ai figli trarne le dovute conseguenze e alimentare da soli la propria stima di sé.
- Non criticare la persona. «Sentirsi dire di essere “cattivo” non ha mai reso “buono” nessuno»: sante parole, caro Branden! Se proprio dobbiamo “criticare”, critichiamo l’azione e mai la persona.
- Forniamo un senso di ragionevolezza. I bambini hanno bisogno di dare un senso alle loro esperienze, hanno bisogno di sapere che esistono certezze, confini, coerenza e prevedibilità. Tutto questo rende il loro mondo stabile. Ecco che le routine (di cui abbiamo già parlato) e le regole (di cui parleremo a brevissimo) tornano molto utili – anche qui forse inaspettatamente – per preparare terreno fertile alla loro stima di sé.
MOTIVAZIONE, RISPETTO E AUTOSTIMA
Intenso, vero? Assolutamente. È come se parlare di resilienza da coltivare, buone abitudini, senso della responsabilità, impegno, fatica e gestione della frustrazione siano temi “secondari”. Sì, secondari alla coltivazione dell’autostima.
Su questa pista indagatoria, ho chiesto all’amica psicologa e psicoterapeuta Francesca Lesmo dello Studio Lesmo (www.studiolesmo.it) di aiutarci a capire quando e quanto il genitore debba motivare il figlio: quando un genitore motiva il giusto? Quando esagera? Quando perde un’opportunità? Ecco come l’energica dottoressa Francesca Lesmo, ricca di sapere pratico, mi ha risposto:
Il genitore è il primo motivatore di suo figlio perché ne è il primo contenitore. Da piccoli si impara a muoversi in una zona sicura che è creata e rappresentata dai genitori, poi crescendo si interiorizza quell’area, costruisce una parte di sé e questo processo permette di diventare adulti dotati di autostima, capacità di auto-contenimento e pensiero riflessivo. La motivazione si inserisce in questo processo e il genitore gioca un ruolo essenziale. Ogni volta che propone al figlio una sfida, un traguardo da raggiungere, implicitamente gli sta dicendo che crede che lui abbia le risorse per affrontare il processo e ottenere il risultato e, soprattutto, per affrontare e vincere le difficoltà che incontra. Per questo è utile insistere un po’ quando il proprio figlio vuole lasciar perdere o si lascia vincere dai suoi meccanismi di difesa (che tendono sempre al mantenimento dello status quo), perché gli si rispecchia una parte funzionante, quella parte di sé stesso su cui potrà contare e in cui troverà forza.
È bellissimo e fa quasi paura quindi: il potere che abbiamo. Quello di dare senso di sicurezza e di “contenere”, come dice la dottoressa Lesmo, e quello anche di spronare a continuare a sfidarsi, dimostrando così che crediamo in loro e permettiamo loro di credere in sé stessi, grazie al nostro atto di fiducia. Ma ci sono due rischi e due possibili errori che possiamo commettere e che Francesca individua qui di seguito.
Bisogna però, da genitore, porre attenzione a due elementi: la distanza della meta dal punto di partenza e l’angoscia che si può generare. Se il genitore motiva suo figlio ma il traguardo è troppo distante rischia di schiacciarlo nell’impotenza e nel senso di fallimento; meglio allora dividere l’obiettivo finale in sotto obiettivi graduali. Per esempio, se mia figlia ha 10 anni, ama il pianoforte ma vuole abbandonare le lezioni perché c’è un compositore che non riesce a imparare, io proverò a motivarla a continuare, perché sento che impegnandosi potrà farcela. Implicitamente questo le risulterà un attestato di stima. Se però mia figlia di 10 anni che ama il pianoforte prende lezioni da soli tre mesi, io non posso motivarla chiedendole di imparare una sonata di Rachmaninov che è la sua meta ambita, perché è troppo distante dal suo punto di partenza; troverò altri step intermedi prima di arrivare a quello. L’altro aspetto di attenzione è per la quota di angoscia che si genera nel figlio di fronte a un tentativo di rinuncia con conseguente motivazione da parte del genitore. Se l’angoscia è molto alta, se si crea un vero stato di malessere anche con sintomi fisici, se il pianto è difficilmente consolabile, se si manifestano cambiamenti consistenti nel sonno, nell’approccio verso il cibo o nel controllo degli sfinteri, allora insistere e motivare non solo non ha effetto, rischia di essere dannoso. In quei casi è bene fermarsi, ragionare insieme al proprio figlio su quali siano gli elementi di destabilizzazione così ingente, condividere i pensieri per elaborare una differente strategia. Ricordiamoci che non tutti gli obiettivi sono fondamentali e non tutte le strade devono necessariamente essere percorse.
L’equilibrio è sottile, le dinamiche sono tante. La dottoressa Lesmo ci ricorda che il dialogo è lo strumento principe per avanzare e crescere insieme.
AUTOSTIMA E DSA
La seconda e la terza elementare sono tappe difficili per noi genitori, se si scopre che un figlio ha un ritardo nell’apprendimento. Li chiamano DSA, ovvero disturbi specifici dell’apprendimento: la sigla comprende le – ormai tanto frequenti quanto temute – dislessia, discalculia, disgrafia e disortografia, che ne definiscono il ritardo nell’abilità. E sì, perché è di abilità che si parla e non di proprietà: una proprietà o la si ha o non la si ha, una abilità la si acquisisce… Magari non come tutti, certo non con gli stessi tempi di tutti, magari non allo stesso livello di altri, ma richiede un lavoro in progress, fatto di costanza e impegno.
Più che disturbi dell’apprendimento, io li chiamerei ritardi nell’apprendimento, presupponendo che se sono in ritardo posso sempre recuperare. A molti genitori i DSA fanno paura. Tutti noi quando i nostri figli sono sottoposti alle celeberrime valutazioni di seconda elementare, temiamo che questo pull di esperte venute da fuori, sconosciute tanto a noi quanto ai nostri figli, li valutino e ne stabiliscano il deficit.
Intendiamoci, è così che deve essere fatto, se c’è un’abilità da recuperare meglio saperlo prima che dopo, e le psicologhe specialiste sono le uniche preparate a valutare le capacità del bambino. Tuttavia poi, il mondo dei DSA si apre ad ansie e confusioni plurime per noi genitori. Mel Levine, docente di pediatria alla North Carolina University e autore di diversi libri in merito, ripete da sempre e a gran voce – giustamente – che ognuno sviluppa certe abilità meglio di altre ed è di fondamentale importanza saper individuare le aree di forza di ciascun figlio per poter far leva sui punti di forza e quindi continuare a concimare terreno fertile alla loro autostima.
Lo dicevano anche a te da piccolo: «Signora, sua figlia va bene a scuola ma potrebbe impegnarsi di più»? A me sì, come credo a tutti i miei compagni di classe, sempre e in ogni passaggio scolastico. Anche senza presenza di DSA. Che una volta era svogliatezza. Mel Levine stesso, nel suo libro A modo loro, racconta delle proprie personali difficoltà a colorare tra le righe alla materna, nel ritagliare o nel seguire le lezioni di ginnastica. Come sarebbe stato definito oggi?
Mel Levine individua vari sistemi di funzionamento nell’evoluzione dei bambini che, se non ancora maturi, possono mostrare deficit. Secondo Levine, tutti noi abbiamo otto sistemi di funzionamento:
- Controllo dell’attenzione più o meno evoluto o esercitato;
- Mnemonico;
- Linguistico;
- Ordinamento spaziale;
- Sequenziale;
- Motorio;
- Del pensiero superiore;
- Del pensiero sociale.
Un deficit nella maturazione di uno o di più di questi “sistemi di funzionamento” provocherà un effetto di ritardo ai nostri occhi.
MEMORIA SCADENTE O INSUFFICIENZA PRESTAZIONALE?
Spesso, i bambini che hanno difficoltà di esposizione a scuola, si dice che non abbiano memoria. Non riescono a esporre bene, a rispondere bene alla maestra, pare che non ricordino e quindi si teme non abbiamo memoria per la scuola. Una memoria molto selettiva però, perché le canzoni del campo estivo le sanno tutte o le sequenze di danza su TikTok le ripetono senza problemi dopo un paio di visioni.
Levine ci fa notare che le apparenti difficoltà di memoria in un bambino che non riesce a mostrare alle maestre quanto ha studiato a casa, sono spesso legate alle seguenti ragioni:
- All’incapacità di trovare tranquillità mentale per poter eseguire ripetizioni di apprendimento che liberino la memoria operativa;
- Alla non sviluppata capacità di memorizzare a lungo termine per associazione, per categorie o schemi;
- Al mancato allenamento con i giusti e ripetuti richiami per rinforzare la memoria a lungo termine.
Seguendo Levine, pare più che sia una carenza di metodo e non di deficit cognitivi, come spesso i genitori arrivano a pensare dei propri figli.
Nell’altro suo libro I bambini non sono pigri, Mel Levine scrive che, contrariamente a quanto si pensi, l’insufficienza prestazionale è un fenomeno molto diffuso, non è circoscritta ai primi vent’anni di vita e affligge molti adulti che ottengono risultati al di sotto delle aspettative nel lavoro e vivono in costante stato di insoddisfazione.
Tra i tanti consigli pratici, Levine invia un monito a quei genitori che sono spesso più stressati dei figli: primum non nocere. Ci invita a non giudicare, non definire né incasellare, non paragonare, non denigrare, non essere pressante e misurare espressioni e parole. E quindi: incoraggiare, dimostrarsi pazienti, curiosi, fantasiosi, impegnati e vicini.
A proposito di motivazione che prepara il terreno alla stima di sé, voglio riportare qui una frase tratta da Come trattare gli altri e farseli amici di Dale Carnegie:
«Dite a vostro figlio, a vostra moglie, a vostro marito o a un vostro dipendente che è uno stupido, uno sciocco, che non è capace di far niente, che quando agisce sbaglia, e avrete distrutto qualsiasi incentivo a migliorare.»
Pochi paragrafi dopo, Carnegie riporta la storia di Clarence M. Jones, uno dei suoi insegnanti, e Clarence racconta che “l’incoraggiamento e il mostrare quanto sia facile correggersi” cambiò completamente la vita di suo figlio. Clarence racconta che suo figlio David di quindici anni, quando ne aveva solo tre ebbe un incidente alla testa, e da allora gli fecero sempre frequentare classi differenziali perché, a causa della ferita, ormai lo consideravano come un ritardato. Di fatto, il ragazzo era molto indietro: contava sulle dita, non sapeva bene le tabelline e scriveva a stento.
Al momento del racconto, il ragazzo lasciò casa della madre a Dallas per andare a Cincinnati con Clarence, dove ormai abitava da anni dopo il divorzio. A David piaceva moltissimo lavorare con radio e televisori, così il padre gli fece notare che per essere un bravo tecnico è necessario sapere un po’ di matematica. Decisero così di impegnarsi insieme con la matematica. Comprarono giochi per moltiplicazioni, addizioni, sottrazioni e divisioni e ogni sera ci giocavano.
Se David non ci arrivava, Clarence glielo spiegava e poi aspettava pazientemente che suo figlio arrivasse autonomamente alla risposta giusta. Clarence era incoraggiante, sempre. Si lanciarono una sfida, ogni sera si cronometravano: non appena David fosse stato in grado di fornire tutte le risposte giuste in otto minuti, avrebbero smesso di esercitarsi. A David pareva una meta impossibile. La prima sera lavorarono sulle operazioni per 52 minuti, poi la seconda per 48, la terza, per 45, 44, 41, poi sotto i 40 minuti. Festeggiavano ogni volta che il punteggio calava. Ci volle solamente un mese per scendere alla soglia di 8 minuti.
Io trovo questa storia stupenda, e tu? Quanti genitori di figli con DSA conosci che s’impegnano come Clarence prima di entrare in panico o, peggio, di gettare la spugna?
Roberta Signorelli è psicologa presso lo Studio Lesmo e si occupa di ragazzi, lavora con loro e li aiuta emotivamente e nella pratica relazionale e comportamentale. Non potevo non farle domande sui DSA e lei – con quel suo fare dolce ma puntuale – mi ha raccontato dei vari passaggi e punti critici in cui una famiglia incorre quando viene evidenziato un DSA nel figlio. Innanzitutto, la Signorelli mi fece notare che esistono due tipi di reazione alla notizia: la prima è di panico, «Oddio, ma riuscirà ad andare all’università? Troverà lavoro?»; l’altra è di sollievo, «Ah, meno male, almeno sappiamo cos’è e possiamo dargli un nome». Cosa non fare? le ho chiesto: «Innanzitutto, non entriamo in panico e non decidiamo da soli il da farsi senza informarsi.»
È necessario armarsi di pazienza (anche lei come Levine e tanti altri ce lo dice!) durante i compiti, non alzare la voce o cercare lo scontro. «Se capisco, agisco» mi dice la dottoressa e parlo in modo costruttivo. A suo parere è anche inutile negare la difficoltà al figlio, piuttosto sarà utile stabilire una sorta di “patto educativo” con il figlio, capire le fragilità insieme a uno specialista e poi coltivare le risorse personali e individuali del bambino.
Per esempio, se la bambina è disortografica o disgrafica e torna a casa con appunti delle lezioni incomprensibili, ma poi la mamma glieli fa riscrivere, la bambina non si sentirà capace e probabilmente alimenterà frustrazione dentro di sé. È necessario, suggerisce la psicologa Roberta, puntare su altro. «È un po’ come se prendessi un ragazzo negato in disegno e lo iscrivessi al liceo artistico» mi dice.
È importantissimo trasmettere fiducia in sé stessi, il giusto senso di autoefficacia in ciò che fanno, e perciò (ancora una volta e senza segreti) fare leva sulle sue potenzialità: «rivolgere l’attenzione su cosa sa fare» ribadisce nell’intervista. Un mantra utile che ho potuto trattenere dalla conversazione è:
«Dove mio figlio è bravo? Puntare su questo senza negare la fatica nel miglioramento.»
Altra nota migliorativa è quella di spingerli a fare i compiti da soli, promuovendo l’autonomia. Anche se il bambino ha bisogno di strumenti compensativi: capiamo insieme il suo modo di apprendere e poi lasciamolo fare in autonomia. È fondamentale trasmettere positività, e Roberta ci riesce benissimo con i suoi bambini in studio. Se ha i suoi schemi riassuntivi, che li usi. Se preferisce mappe mentali o concettuali, che se le porti con sé. Se sceglie di ascoltare una lettura, magari seguendola con gli occhi, prima di leggerla, benissimo!
A ognuno i suoi mezzi e i suoi tempi, con serenità e costanza.
Il genitore deve fare attenzione ai limiti che in famiglia potrebbero essere presi per veri: “non ci possiamo fare nulla”, “è difficile e non posso cambiare le cose”, “è tutto tempo perso”. Ricorda la storia di David e Clarence. Ricorda le dritte della psicologa Signorelli. Come lei, Mel Levine ne ha conosciute tante di storie di bambini schiacciati dalle convinzioni limitanti e dal conformismo dei “bambini tutti uguali”. Non commettiamo lo stesso errore.