Genitori in progress
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Capitolo 23

Il potere della voce

8 min

LA brava voice coach italiana, Sabina Bonardo, dice: «La voce è democratica, tutti la possediamo e solo pochi sanno usarla». La voce ha una funzione metacognitiva, cioè manifesta e induce emozioni nell’interlocutore indipendentemente dalle parole che accompagna. Secondo quanto ci insegna, l’uso consapevole della voce aiuta a potenziare la capacità di gestire in modo carismatico il proprio ruolo in una relazione, nel nostro caso quello di genitore.

Nel suo libro La tua voce può cambiarti la vita, il magistrale Ciro Imparato educava noi lettori ad un uso sapiente della voce sfruttando una metafora molto semplice: i colori. Per lui la voce era come il nostro biglietto da visita. Cambiare la voce, secondo lui, cambia anche la nostra personalità, semplicemente perché se cambiando la voce otteniamo più apprezzamento, allora tutto diventa più facile. Immagina cosa possiamo fare noi genitori se impariamo ad usare la voce nel modo giusto.

TONO, TEMPO, RITMO, VOLUME MA ANCHE SILENZI E SORRISI

Cos’è un colore della voce secondo Ciro Imparato? È la capacità di una voce di esprimere uno stato d’animo. Ma prima di vedere i quattro colori della voce, se hai figli che hanno frequentato la seconda elementare dovresti conoscere anche tu i componenti della voce: tono, volume, ritmo, tempo, a cui Imparato aggiunge le pause (fondamentali) e il sorriso (che caratterizza in modo unico una frase). In breve:

  • Il tono può essere alto o basso, più è basso – come quello di Mario Biondi in Just the way you are – più è caldo e rilassa;
  • Il tempo può essere accelerato o rallentato, rispettivamente il primo come quando la mamma al mattino ha i minuti contati e difficilmente parla con un tempo rallentato, il secondo sarà più il tempo musicale della messa a letto e della lettura di una favola;
  • Il ritmo corrisponde alla combinazione tra parole e pause, con una pausa possiamo lasciare che il pensiero entri, possiamo guardare negli occhi per intensificare il messaggio;
  • E il volume, be’, è come quello della radio quando io, figlie e marito torniamo da una bella passeggiata di 10 chilometri nei boschi e mettiamo il volume a palla per esprimere la gioia che la passeggiata ci ha regalato.

Oltre a tutto questo, i silenzi aiutano a far arrivare un messaggio e a sottolineare ciò che è stato detto o sta per essere condiviso. Mentre i sorrisi fanno sorridere anche le parole. Hai mai provato a parlare al telefono e sapere che l’altra persona stava sorridendo anche senza vederla? Sì, perché il sorriso si vede e si sente.

E allora, tacciamo quando vogliamo che il messaggio abbia il tempo necessario per arrivare a destinazione e sorridiamo quando vogliamo che sia pieno del nostro affetto, gioia, amore.

I QUATTRO COLORI DELLA VOCE

Imparato distinse quattro colori per quattro tipi di voce, tutti utili in base all’intento:

  1. La voce gialla per risultare simpatici, quella piena di energia, esplosiva. Quella della maestra quando introduce un argomento nuovo: «Oggi, ragazzi, inizieremo gli Egizi, parleremo di tombe, di mummificazione, di Piramidi».
  2. La voce verde è quella per generare empatia e contatto, quel contatto di cui parlavamo qualche pagina più in là prima di correggere (connection before correction, ricordi?). È la voce dell’autenticità, della vicinanza, della rassicurazione.
  3. La voce blu è quella dell’autorevolezza. È quella della sicurezza, dell’affidabilità e della convinzione. È quella di quando diciamo di “no” perché c’è un pericolo in agguato o quella cosa che sta per fare è proprio sbagliata. È la voce di quando affermiamo una cosa certa, una legge della vita, di quando diciamo che «Non si parla mai male degli altri» alla figlia di cinque anni, o che «Non ci si ferma a parlare con gli sconosciuti» al figlio di undici anni sulla via di casa.
  4. La voce rossa è quella dell’entusiasmo, dell’abbraccione, dell’unione e della festa. È quella di quando ci divertiamo con i figli o di quando ci complimentiamo per una cosa bella che hanno fatto.

Ora proviamo a mettere tutto insieme nella pratica. L’altro giorno mia figlia ha seguito una lezione di inglese online con una nuova teacher. Alla fine della lezione Emma ha “bocciato” la maestra non per la mancanza di competenza ma per l’assenza di empatia. Cosa ha sbagliato la teacher? Nulla di didattico, solamente l’uso delle voci. Imparato ci avverte: evitiamo il daltonismo vocale e coloriamoci! Per esempio, un buon venditore per Ciro Imparato potrebbe iniziare con un saluto a voce gialla, poi passare alla verde per creare connessione (Rapport come si dice) e alla blu per presentare il proprio prodotto in modo autorevole, finendo con la rossa per invitare a risentirsi e concludere la vendita. Un genitore, che è un negoziatore esperto tanto quanto quelli nelle serie televisive, potrebbe usare la stessa sequenza:

  1. Giallo – promuovere simpatia e richiamare l’attenzione dei figli;
  2. Verde – instaurare connessione e rapport;
  3. Blu – dire ciò che vuole dire (un invito a fare qualcosa o una correzione o una domanda) in modo autorevole, dettagliato, in positivo;
  4. Rosso – per chiudere la “lezione” con unione e amore, perché non è una paternale infinita ma un’indicazione puntuale, nella sua bella cornice, punto e basta!

Ti torna? Potresti provare anche tu?

QUEL SOTTILE EQUILIBRIO TRA DOLCEZZA E FERMEZZA

Nella Positive Discipline distinguono tra dolcezza e fermezza. Quando diciamo di “no”, possiamo usare una voce dolce con una parola così secca. Gli equilibri sono diversi: immagina che tuo figlio sia sul punto di tirare giù le tende rischiando di farsi male, in questo caso il tuo «Attento!» sarà detto in modo fermo sia nella voce, sia nelle parole. Immagina che tuo figlio voglia invece restare ai giardinetti ma è venuta l’ora di tornare a casa. Solo che te lo chiede educatamente e tu apprezzi. Non vuoi però cambiare idea e restare ancora al parchetto, dovete fare altro a casa: come fare per riconoscere la sua cortesia e dire al contempo di “no”? Resti fermo sull’intento ma lo esprimi in modo dolce: «Mi dispiace, amore, so che vorresti giocare ancora perché è bello e ti diverti. Sono già le sei ed è veramente ora di tornare a casa, tu puoi preparare la tua cartella mentre io preparo da mangiare e poi ci troviamo insieme in sala per guardare quali cartoni danno in TV adesso. Vieni, andiamo.»

Insomma, nel continuum dolcezza-fermezza tu puoi veramente giostrarti tra mille variabili e sfumature. Segui il seguente quadrante come linea guida ed esercitati sotto a pronunciare ad alta voce le frasi che ti propongo.

Il quadrante della dolcezza e fermezza tra voce e parole
Il quadrante della dolcezza e fermezza tra voce e parole

ESERCIZIO N°23

In base ai suggerimenti nel quadrante appena visto, esercitati ora e nei prossimi giorni a pronunciare le seguenti frasi. Annota in corrispondenza di ciascuna frase le sigle giuste tratte dal quadrante che secondo te esprimerebbero meglio il messaggio:

  • «( nome bambina/o), per favore vieni ad aiutarmi in cucina a preparare la tavola.» (Sigla: VD PF)
  • «Sì, perché in famiglia noi ci supportiamo sempre a vicenda.» (Sigla __________)
  • «Fai
  • una
  • buona
  • notte,
  • amore,
  • e
  • sogni
  • d’oro.»
  • (Sigla __________)
  • «( nome bambino/a), se salti di lì e il tappeto scivola rischi di farti male. Sposta il tappeto prima.» (Sigla __________)
  • «Se tua sorella dice che non lo ha fatto, noi le crediamo.» (Sigla __________)
  • «È responsabilità tua pensare a temperare le matite per il giorno dopo e controllare che tutto l’astuccio sia a posto.» (Sigla __________)
  • «È responsabilità tua gestire bene la consegna dei compiti sul diario e studiare tutto ciò che è richiesto dai professori. Controlla ogni giorno e ti sentirai meglio.» (Sigla __________)
  • «Lo so, le fiacche in bocca sono fastidiose, vuoi che te la guardo con la lucina?» (Sigla __________)
  • «Se vuoi giocare a palla, aspetta dieci minuti e ti accompagno ai giardinetti. Intanto puoi sistemare la tua cartella per domani.» (Sigla __________)

ADOTTA LA TUA COMUNICAZIONE ALLA SITUAZIONE, UN ESEMPIO PRATICO

Eravamo fuori dalla piscina ad aspettare le bambine e una mamma stava gestendo suo figlio e un’amichetta che giocavano. Loro corrono, si divertono. Il figlio, di nome Matteo (come lo so? Ora lo scopri), continua a correre e si allontana sempre di più, preso dall’euforia del divertimento. Fa freschino e Matteo è appena uscito dalla piscina: sua madre vuole che indossi il giubbotto. «Matteeoo, vieni a mettere il giubbotto». Tre secondi. «Matteeeoo, il giubbotto.» Due secondi. «Matteeoo». Un secondo. «Matteeo».

Matteo ride, gioca. Probabilmente sente la voce della mamma e questo non lo allarma, anzi lo rincuora e rassicura! Sa che la mamma c’è, che pensa a lui e lui si sente quindi autorizzato a continuare… indipendentemente da ciò che gli sta chiedendo la mamma.

La storia del “Matteeoo” finisce quando la mamma, davanti a noi tutti (poverina) ha alzato il braccio e ha messo in atto quella che probabilmente è la sua ultima arma, prima della quale – Matteo probabilmente lo sa – poi perde pazienza e urla. E quindi alza il braccio e dice: «Comincio a contare, Matteo: uno, due – pausa di suspense – tre…» Poco dopo il tre, Matteo arriva per indossare la giacca.

Cosa è andato storto? La voce, poco ferma. Quelle due “ee” erano il mio modo grafico per farti percepire la scarsa convinzione nella voce della mamma (qualcuno la chiamerebbe autorità). Se al secondo richiamo Matteo non risponde, le alternative sono due, ci dicono le statistiche: o smettere di richiamarlo o cambiare qualcosa nel messaggio.

La mamma avrebbe potuto:

a. Essere più ferma nella voce e/o b. Cambiare le parole, del tipo: «Matteo, ti sto chiamando, vieni per favore» e/o c. Avvicinarsi al figlio e destare la sua attenzione con la presenza fisica allungandogli il giubbotto.

MEGLIO DUE SENZA IL TRE!

Ovvero, l’inefficacia del terzo richiamo. È statisticamente provato che i richiami perdono di efficacia dopo il secondo tentativo, quindi se a casa continui a ripetere a tua figlia di mettere a posto i giochi ma lei non lo fa, i casi sono diversi:

  1. O tu hai ripetuto troppe volte di fila il messaggio e ormai fa parte della “colonna sonora” del momento;
  2. O lei è impegnata in qualcosa di molto bello e quindi tu potresti aspettare cinque minuti;
  3. Oppure le tue indicazioni erano così generiche che lei non ha realmente capito cosa fare.

Nel primo caso, taci prima di pronunciare il terzo richiamo. Lo so, è difficilissimo, io mi sono spesso morsa la lingua per evitare di diventare una radio borbottona. È frustrante, ti ricordi cosa abbiamo detto delle frequenze cerebrali? Totalmente diverse! Ricordiamolo: abbiamo modalità di comprensione e interazione con il mondo circostante totalmente differenti.

E se sei costretta a tacere per evitare l’escalation della rabbia e di parlare al vento (parlo per esperienza!), cosa fare? Il prof. Kazdin, che ha condotto questo tipo di ricerche, ha provato l’inefficacia dal terzo richiamo in poi. Suggerisce di aspettare cinque minuti e poi di migliorare il messaggio: più specifico, espresso in positivo e chiaro.

Parliamone nel prossimo capitolo.

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